La Stampa, 24 dicembre 2010. Cota: bravi. Il sindaco: non discriminare chi non ha detto di si. L’avevano chiesto in tanti l’accordo prima di Natale e adesso che è arrivato se ne compiacciono con dichiarazioni che fioccano mentre Film, Uilm e Fismic, Ugl e associazioni Quadri stanno ancora firmando. L’unico che, forse perché ex sindacalista si sofferma su tutti gli aspetti e il sindaco Sergio Chiamparino. Dice: «E’ positivo per aver schivato il rischio di perdere un investimento da un miliardo. Ora spero che si creino le condizioni per un contratto sull’auto, ma soprattutto che chi non ha firmato non venga discriminato». Contento il presidente della Regione Roberto Cota: «Apprezzo molto la lungimiranza e il senso di responsabilità dimostrati sia da Fiat sia da sindacati che hanno sottoscritto il piano per lo stabilimento». Per il presidente della Provincia , Antonio Saitta con l’accordo «si apre uno spiraglio importante». E non ha dubbi: «I lavoratori non potranno che avallare l’intesa perché consente di guardare con speranza al futuro della Fiat a Torino». Sul fronte imprenditoriale il presidente dell’Unione industriale, Gianfranco Carbonato si sofferma sugli «elementi di discontinuità nel sistema delle relazioni industriali». Sostiene che l’accordo le «ammoderna e rende compatibili con l’attività manifatturiera del nostro Paese». Auspica che «le nuove regole, nate a livello aziendale, possano essere recepite all’interno di un contratto nazionale per l’auto». Il leader dell’Api Fabrizio Cellino è certo che l’intesa segni «un passo in avanti importante che finalmente conferma l’attenzione delle parti in causa al nostro territorio». Soddisfatti sono anche i vertici della Cna che avevano sollecitato l’accordo. Anche la politica interviene. Per il Pd, PPiero Fassino dice che «è importante l’accordo perché consente di non perdere l’investimento». Ma aggiunge: «Il fatto però che non sia stato sottoscritto da tutte le parti sindacali è un punto delicato che va affrontato con responsabilità: chi non ha firmato non deve essere oggetto di discriminazione». Il suo collega Davide Gariglio non ha remore: «Si tratta di un accordo di alto profilo che tiene aperta una prospettiva di sviluppo per Torino nello scenario mondiale del mercato dell’auto». E, invece, si tratta di «un regalo avvelenato di Marchionne agli operai e alla città» per Petrini del Prc. Mentre Monica Cerutti della Sel ritiene che ogni lavoratore sarà sempre più solo nel far valere i propri diritti; saltano le relazioni sindacali». Scontate le reazioni sindacali. Cortese della Uil si aspetta «l’approvazione da parte dei lavoratori e il sostegno inequivocabile delle forze politiche e delle istituzioni». E aggiunge: «L’accordo è stato fatto per salvaguardare Mirafiori e garantire l’occupazione attuale e futura anche dell’Indotto». Tosco della Cisl ritiene si tratti di «un accordo utile e necessario all’economia e alla coesione sociale; un accordo che merita l’attenta e positiva valutazione dei lavoratori e di tutta la comunità torinese». Per Vincenzo Aragona della Fismic l’intesa «porta occupazione, soldi ai lavoratori e non lede diritti». Durissimo Bellono della Fiom: «L’accordo è peggio di quello di Pomigliano e contiene per quanto riguarda la rappresentanza sindacale, un vulnus molto grave per la democrazia. Solo noi abbiamo sollevato il problema di fronte al silenzio delle altre organizzazioni e agli imbarazzi dell’Unione Industriale». Conclude: « E’ evidente che si tenta di cambiare le relazioni industriali nel Paese».
La Stampa, 18 dicembre 2010. Un dono solidale per l’Aquila. La proposta è interessante e anche piacevolmente golosa visti i protagonisti. E lo scopo è nobile: i fondi verranno devoluti per i progetti di ricostruzione dell’Aquila. Organizza il tutto la Cna, la confederazione dell’artigianato e l’Arci. E’ stato creato un pacco dono che viene venduti a 30 euro e che racchiude molte specialità, sia nostre sia piemontesi , sia abruzzesi. Vediamo quali: il famoso torrone dei fratelli Nurzia dell’Aquila; la distilleria Bernard, di Pomaretto, con il Barathier (elisir di montagna), la panetteria maturo Demartini, di Salassa, con i torcetti di Lanzo e del Canavese; il pastificio dell’Arco di Luigi Mazzilli, che si trova a Rivalta, con i fusilli tre sapori; Tuttovo di Rivoli con il sugo piccantino; l’Atelier del cioccolato di Guido Castagna , di Giaveno, con l’ormai famosa tavoletta. I prodotti hanno sapore in più perché, oltre alla qualità d’eccellenza, hanno il gusto di un gesto d’amore per chi oggi ha molto poco di cui gioire: una semplice occasione per far riflettere il consumatore sulle proprie scelte di acquisto e proprie sensibilità. Il picco natalizio «I sapori della solidarietà» si può ordinare al Comitato Arci di Torino, di via Cernaia 14, o ai circoli Arci che aderiscono all’iniziativa . Info: 011/56.13.113; www.arcitorino.it.
La Stampa.it, 7 dicembre 2010. Mirafiori, appello dell’indotto a Fiat: “Si a un contratto per il settore auto”. Cna Torino: «La rottura delle trattative potrebbe ripercuotersi anche sui piccoli imprenditori». Torino continua lo stato di agitazione nello stabilimento della Fiat di Corso Agnelli e questa mattina si è propagato anche ai lavoratori della Presse: altre due ore di sciopero dalle 9 alle 11 e un corteo interno alla fabbrica lo ha reso noto il sindaco Fiom, secondo cui l’adesione è stata superiore al 50% contro il 17% calcolato dall’azienda. Ai cancelli, un gruppo di studenti ha distribuito volantini, in cui rivolgono l’invito agli operai a lottare insieme e tenere unito il fronte cittadino su i due temi caldi che agitano l’autunno torinese, lavoro e istruzione. La tensione che nelle ultime settimane ha scosso la città dimostra quanto ormai l’incertezza figlia della crisi interessi la collettività su più livelli, non soltanto il comparto economico. La richiesta di aprire nuovamente il dialogo su Mirafiori oggi arriva direttamente dalla Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa), che scende in campo per ricordare alle parti in gioco i pesi sul piatto della bilancia: «gli effetti negativi che una rottura avrebbe sull’indotto auto, sul tessuto delle piccole imprese manifatturiere , già fortemente provate dalla crisi , sui consumi della nostra area che continuano ad essere stagnanti». I presidenti provinciali di Cna Torino, Daniele Vaccarino, e Cna industria, Rosa Maria Polidori, sono favorevoli che «le parti sociali si attivino per la definizione di un nuovo sistema contrattuale per il settore auto da applicare a tutte le aziende della filiera: grandi medie e piccole industrie e aziende artigiani, tenendo conto delle differenze e delle specificità esistenti nei contratti metalmeccanici industria ed artigianato». L’appello non è solo rivolto a Marchionne – che proprio ieri sera ha affermato di non sapere se si riuscirà a raggiungere un accordo entro Natale- , ma è esteso a tutte le istituzioni. I vertici della Confederazione hanno espresso preoccupazione per l’«assenza , diversamente da quanto fatto dai maggiori stati della Ue, di una politica industriale nazionale per l’auto e di provvedimenti di sostegno e di stimolo ai progetti di ricerca e sviluppo sull’auto ibrida e su quella elettrica». E’ chiaro il valore cruciale della trattativa: il rischio che le conseguenze delle scelte di Fiat e sindacati si ripercuotono drammaticamente sui piccoli imprenditori del settore e creino una sorte di reazione a catena è reale. «La governabilità degli stabilimenti si garantisce con la qualificazione della contrattazione collettiva tra le parti – la risposta del segretario generale della Fiom- Cgil, Maurizio Landini, alle dichiarazioni dell’ad Fiat-, realizzando un accordo condiviso dalle lavoratrici e dai lavoratori, non coi ricatti e i “piani B” per escludere il sindacato più rappresentativo». Ancora una volta chiede a Fim e Uilm di convocare le assemblee retribuite per questa settimana: «Rimaniamo come sindacato, più interessati- ha proseguito – affinchè l’investimento previsto per Mirafiori si faccia. Per la Fiom, lo strumento più efficace per migliorare al competitività dell’Azienda, senza cancellare i diritti le leggi rimane il contratto senza deroghe del 2008». Landini ha infine ribadito il no ad un accordo fotocopia di quelli di Pomigliano e alla «costituzione di un newco come strumento per superare il contratto nazionale di lavoro». «Lo sciopero spontaneo di ieri- ha concluso dimostra la necessità dei lavoratori di esseri informati sulla trattativa in corso e sulla riduzione dei loro diritti che si profila all’orizzonte. Ricordo, inoltre, che Mirafiori sarà attiva solo questa settimana, con la cassa integrazione che riprenderà lunedì e durerà fino a gennaio».
La Stampa.it, 4 dicembre 2010. Torino per l’Aquila i sapori della solidarietà. La Confederazione nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, (Cna) di Torino e l’Arci Piemonte propongono per il Natale 2010 “ I sapori della solidarietà” : un pacco natalizio, composto con prodotti di eccellenza, il cui ricavato di vendita sarà devoluto a favore di progetti di ricostruzione a L’Aquila. Sabato 23 ottobre a L’Aquila è stata inaugurata , con lo scrittore Vincenzo Cerami , la Bibliocasa, raccoglie, che raccoglie oltre 40.000 libri donati da tutta Italia ai cittadini aquilani e Cna Torino e Arci Piemonte propongono di devolvere tutti i proventi delle vendite dei pacchi “I sapori della solidarietà” a questo progetto. I pacchi saranno un vendita a 30,00E a pacco saranno destinati ai progetti di sostegno della alla ricostruzione. I prodotti presenti all’interno del pacco hanno un sapore in più perché, oltre alla qualità d’eccellenza piemontese, hanno il gusto di un geto d’amore per chi oggi ha molto poco di cui gioire una semplice occasione per far riflettere il consumatore sulle proprie scelte di acquisto insieme a proporre sensibilità verso i temi della solidarietà. Il pacco natalizio “I sapori della solidarietà” potrà essere ordinato e poi ritirato presso il Comitato Arci di Torino (via Cernaia 14) o presso i circoli Arci che aderiscono all’iniziativa. Per maggiori informazioni www.arcitorino.it - Tel. 011.56.13.113.
La Stampa, 20 ottobre 2010. L’allarme degli artigiani: “Imprese a rischio senza piani di sviluppo". La ripresa è così leggera che il settore dell’artigianato ristagna la punto che la Cna che ha curato l’indagine quadrimestrale – lancia l’allarme: o si arriva a politiche di sviluppo anche sfornando nel contenimento del debito, oppure molte aziende sono a rischio. E’ vero che cala leggermente- dal 5,al 4,5 per cento la percentuale di chi teme di chiudere, ma le prospettive rimangono piatte. E nel giorno rileva che la Cna che il ritorno al pre crisi è un miraggio, l’Ance del Piemonte annuncia che le previsione sul fatturato del settore edile sono le peggiori dal 2006. Su tutto pensa come sempre, il problema dell’indebitamento; quello a breve è cresciuto per le Cooperative sociali di Confcooperative del 280% rispetto all’anno precedente e il 25% delle imprese del settore –che occupa 17 mila addetti – ha chiuso il 2009 in perdita. La vera tragedia sono i termini di pagamento la media 2009 ha raggiunto i 153 giorni lavorativi, con punte fino a 356, contro 110 del 2008. Nell’edilizia del confronto con la prima parte del 2010, i mesi di lavoro subiscono un calo: in media 10,3, di cui 7,3 per i lavori privati e 3 per i pubblici, contro i 13, 8 dei primi sei mesi dell’anno. Il 39,9 % delle imprese prevede un calo del fatturato e il 28% una diminuzione del personale. Solo il 3% ne stima invece un aumento. Dice i presidente dell’Ance Giuseppe Provvisiero «Ora più che mai alle nostre aziende occorre il sostegno dei decisori pubblici. Non ci stancheremo di ripetere, che soluzioni forti in grado di portare effetti già nel breve periodo ci sono come l’avvio di piccoli interventi diffusi sul territorio e una nuova qualificazione di bell’aspetto che consenta alle imprese più serie di non pagare le conseguenze di questa crisi». La Cna ha fotografato una situazione complessa. Dicono Daniele Vaccarino e Paolo Alberti: «A settembre 2010 2010i risultati delle imprese artigiane si sono dimostrati meno positivi di quanto preventivato quattro mesi prima». Il 24% ha fatturati in calo rispetto alla previsione del 19,7% di maggio , e l’aumento di volume di d’affari ha riguardato il 21% delle imprese contro il 32% della previsione. Per gli ultimi quattro mesi dell’anno le aziende che intendono assumere passano dal 6,5% dello scorso quadrimestre all’attuale 5,9% m si riduce il numero di coloro che intendono ricorrere agli ammortizzatori sociali che scendono al 5%dal 20 del periodo precedente. Più negativa la condizione della piccola industria. Il 20% del campione prevede di chiudere l’anno con il fatturato in contrazione; erano il 3% mentre resta invariato il dato delle attese di aumento (29,4%) e in lieve peggioramento quello di coloro che aspettano il mantenimento degli attuali livelli (50% contro il 55,9% del quadrimestre precedente).
La Stampa, 13 ottobre 2010. Più offerte di lavoro ma solo per manager. Rispetto ad un anno fa sono almeno 31 mila i senza lavoro che si sono aggiunti all’esercito dei 130 mila disoccupati in Piemonte. La buona notizia per loro è che il numero di offerte di impiego è in lento ma in costante aumento da febbraio del 2010. E’ quello che indica il Monster Employment Index». Un indice simile a quello delle azioni in borsa che sale quando aumentano le offerte di lavoro pubblicate sui siti internet specializzati e scende quando le proposte diminuiscono. «La costruzione mensile dell’indice è data dall’analisi delle offerte di lavoro dei maggiori portali di ricerca di personale e dei più importanti siti di recuiting aziendale che vengono depurati dalle duplicazioni degli stessi annunci su diversi siti», Spiega Elisa Schiavon , marketing manager di Monster. It uno dei portali più cliccati dalla rete (162 mila annunci attualmente attivi per il Piemonte). Ad agosto il termometro delle offerte di lavoro ha segnato 162 punti uno in meno di luglio (ma d’estate è fisiologico) e 22 in più rispetto a gennaio. «Nel post crisi ci si è spostati di più nelle ricerche di tipo manageriale, le figure che per prime sono state espulse durante le ristrutturazioni aziendali; ora devono essere reintegrate per riorganizzare le imprese – spiega Schiavon. Secondo quanto si possono vedere dalle offerte di lavoro ora ci sono buone possibilità nel settore delle vendite, del marketing e in quello ingegneristico». «Si sta recuperando il blocco delle assunzioni di fine 2008 per le figure dirigenziali: le aziende sono ancora molto caute, ma c’è una ripresa della ricerca per nuove assunzioni». Concorda Walter Bonelli, partner di Praxi, gruppo attivo da quarant’anni. «Attualmente abbiamo 135 dossier di selezione aperti in Piemonte, tra i quali direttori di stabilimento ed export manager del cuneese, un gestore di autoparco per una società di trasporti del vercellese responsabilità dell’area “operation” nell’alessandrino». Secondo l’analisi dell’indagine Excelsior del ministero del Lavoro sono infermieri, ingegneri elettronici e specialisti di gestione di controllo delle imprese private i mestieri qualificati più difficile da reperire in Piemonte: in altre parole, chi ha queste competenze dovrebbe difficilmente rimanere senza lavoro. Tra i non qualificati sono pavimentatori, pasticcieri e manovali. Le figure ricercate sono comunque tra le più disparate nelle diverse province: dal magazziniere a Santa Vittoria d’Alba all’addetto ufficio peso nelle vicinanze di Fissano; dall’addetto alla gastronomia a quello per il fast food nei pressi di Cuneo: e ancora gommisti a Biella, orditrici a Cossato estetici ad Alessandria, programmatori nel novarese. A dare un buon ventaglio di offerte nelle varie province piemontesi e un altro sito specializzato: eurometis.it. «Quello che posso ancora consigliare in questa fase è non è restare fermi se si è disoccupati – spiega Bonelli. Che sia un corso all’estero per imparare meglio una lingua o un master piuttosto che un lavoro meno qualificato e meno retribuito nel precedente l’importante è reagire alla situazione di difficoltà non è da considerare svilente un’offerta inferiore alle proprie capacità che può essere invece un buon modo per rimettersi sul mercato presentarsi alle successive selezioni senza ansia del disoccupato». Un consiglio che vale ancora di più se si guarda i dati e le previsioni sul mercato del lavoro dei prossimi mesi: lo studio Excelsior del ministero del lavoro prevede infatti un 2010 che chiude a -1,6% di occupati rispetto al 2009, con tutte le province che pagano il prezzo dell’aumento della disoccupazione. E’ uno scenario che per ora le cifre hanno purtroppo confermato di mese in mese. La Stampa 13 ottobre 2010. Posti per piazzaioli o sarte. “Ma per gli artigiani è dura” . «Panettieri, pizzaioli e sarte e rammendatrici: il lavoro c’è ma bisogna saper fare sacrifici»Il presidente di Cna Piemonte, Franco Cudia, non nega che ci sia una situazione difficile di mercato per il settore artigiano soprattutto nel settore edile e impiantistico di base, ma sottolinea anche ci sono sempre opportunità nuove, anche in Piemonte. «Nel settore degli impianti per il settore energetico nelle abitazioni o degli impianti fotovoltaici ci sono buone opportunità di impiego, ma c’è necessità di manodopera. Non basta più il diploma tecnico c vuole un percorso di qualificazione più completo». Sul tema della formazione il presidente della Cna ha più qualche sassolino da levarsi: «Quella regionale e provinciale non serve a nulla: l’80 % dei fornitori non hanno le competenze necessarie. Sull’altro versante i tirocini non funzionano: come fa un artigiano a pagare un ragazzo che non sa fare ancora nulla 800 1000 euro mentre un avvocato o un notaio – che ha ben altri margini – lo paga 400? Permettiamo ai giovani “di andare a bottega” a 15 anni con stage non troppo onerosi per chi li prende in carico. Poi coinvolgiamo gli artigiani in pensione: facciano qualche ora di volontariato per insegnare il mestiere alle nuove generazioni permettendo di non perdere un patrimonio di conoscenze che in Piemonte è frutto di secoli di tradizione più apprezzato all’estero che in Italia». Ovviamente non basta imparare un mestiere, bisogna anche poi aver la voglia di faticare anche fisicamente, per raggiungere i risultati. «C’è un problema a monte trasversale in tutti i settori: la poca appetibilità della piccola impresa e del lavoro manuale per tanti ragazzi soprattutto italiani. Anche chi segue un percorso professionale spera in realtà spesso di finire in progettazione, nel lavoro direzionale. Ma proprio per dirigere un’impresa artigiana bisogna prima imparare il mestiere manuale su 30/40 inserimenti di norma uno solo dimostra di avere la chance, le competenze e le professionalità per diventare qualificato e autonomo».
La Stampa, 10 ottobre 2010. Slow fashion al debutto. Il marchio collettivo Slow Fashion – 100% italian Passion depositato da Cna Federmoda per valorizzare l’artigianato tessile – abbigliamento- sbarca a «Euromineral Expo», rassegna dedicata a minerali, fossili e gemme al Lingotto Fiere di via Nizza 294, Padiglione 1, fino a stasera. Qui, per la prima volta, dieci creativi espongono i loro pezzi d’autore. All’’interno dell’iniziativa «Pietra su pietra- la moda mai vista a Torino. viene mostrata una collezione di capi e accessori per la casa tempestate di «sassi» preziosi: tra parure di grande effetto scenico, abito da sposa e cerimonia, esposto anche un copriletto con inserito in pelle e pietre dure di Alberto Bongini, e una lampada stile Liberty in ceramica Raku e minerali grezzi. Il salone è interessante per i collezionisti: si trovano cristalli rari dal 50 mila euro. Oggi la manifestazione (alla sua 39 edizione ) apre alle 9 chiude alle 19.
La Stampa, 1 ottobre 2010. I baby imprenditori al Piccolo Regio al Piccolo Regio parlano d’innovazione. Il titolo è in se tutto un programma, anche se sembra una battuta di Nanni Moretti: «Il futuro non è più quello di una volta». Da oggi pomeriggio fino a domani oltre duecento giovani artigiani imprenditori della Cna si riuniscono al Piccolo Regio per ragionare su come affrontare l’innovazione. Ricco il carnet di invitati da Kerry Kennedy òa figlia di Rober che si occupa dei diritti umani ad Alessandro Baricco ad Ermete Realacci a Roberto Burdese di Slow Food. Al ministro Giorgia Meloni. I temi sono arditi: la sostenibilità in economia e l’etica d’impresa ambiente, energia, cibo, diritti conoscenza, innovazione, ricerca. Ma il vero clou della due giorni è la sessione dedicata alle imprese creative. Tra i campioni Erica Vagliengo (in arte Emma Travet). Una scrittrice imprenditrice di Pinerolo. Ha prodotto un romanzo, «Voglio scrivere per Vanity Fair». E lanciato su Internet il progetto Emmat: innovativo esempio di self marketing che ha come protagonista la sua alter ego. E poi c’è Teo Musso, che ha inventato a Cuneo il Birrificio Baladin. Si trattadi micro birrificio e birreria che realizza ad alte fermentazione come la Super e la Isaac. Ha recentemente aperto l’Open Baladin di Roma. L’idea di Musso è quella di portare la birra artigianale, dopo enoteche e ristoranti nelle birrerie. Un altro imprenditore presente, sarà Paolo Fulini presidente de la «Fabbrica del Sole». Nata dieci anni fa ad Arezzo è una della realtà più avanzate sul piano delle energie rinnovabili e delle tecnologie applicate all’ambiente. Michele Magi delle Sortron Ricerca e sviluppo rappresenterà il mondo della ricerca nel campo di sensori innovativi e sistemi elettronici per applicazioni industriali. Non mancano al convegno ideato dal presidente nazionale Cna giovani imprenditori, Andrea Di Benedetto – gli interventi del segretario generale della Cna Sergio Silvestrini e di politici e studiosi.
La Stampa, 20 settembre 2010. Cantieri bloccati e troppi debiti. L’edilizia non riparte. Solo a Palermo nell’ultimo anno sono morte 200 imprese. «Soffriamo il pesante effetto di un mondo delle costruzioni fermo». Si lamenta il presidente dell’Ance locale, Giuseppe di Giovanna. «Mentre l’hausing sociale rimane nei cassetti del comune, ostaggio dei partiti». Da un capo all’altro d’Italia la Cna stima che «in assenza di incentivi, la situazione è destinata ad aggravarsi, dopo i duemila posti tagliati nel 2009 e ben 448 aziende chiuse o sospese». In Lombardia, la ragione più ricca del paese, in 2 anni hanno perso il lavoro 22 mila edili, il 15% del totale addetti. Non bastasse il monte salari è sceso dal 14,1% Paolo Galessi della Confapi denuncia il rischio fallimento per il 10% degli associati e soprattutto fa boom la prassi di inquadrare i lavoratori edili al primo livello a prescindere dalle mansioni(in 10 anni sono passati dal 27 al 43%). Nella placida Umbria che cerca ossessivamente il Nord a preoccupare Osvaldo Cecconi della Filca Cisl son invece i contratti part- time: «quasi duemila in pochi mesi. Quattro ore in cantiere e stipendio a metà». La cosa puzza molto di lavoro nero perché il part time dimezza i contributi per le aziende in apnea con il resto della paga che arriva sottobanco. E ancora. Secondo la Fondazione Moressa, la piccola impresa veneta nel primo semestre 2010 ha ridotto dello 0,5% l’occupazione ma nel comparto edile la riduzione è pari al 2,6% (12 mila addetti). Insieme sono aumentate del 27,9% le crisi aziendali dopo l’infornata di 229 imprese già fallite nella seconda metà 2009. Scendendo poi in Emilia e Reggio l’esplosione della bolla sta lasciando migliaia di appartamenti invenduti, cantieri fermi e molti lavoratori in mora perché non riescono a pagare il mutuo sulla casa. Numeri di una grande spoon river in giro per l’Italia, un deserto crudele perché silenzioso sottotraccia. Giù fatturati addetti meno 210 mila in un biennio) investimenti meno 18% in tre anni, compravendite (meno 30% in tre anni) e su l’invenduto specie nei piccoli centri. Se ci aggiungiamo il fatto di stabilità che blocca i pagamenti ( la piaga maggiore per il 58% delle imprese) e la stretta creditizia (un martirio per il 40% degli imprenditori), il 2010 rischia di essere l’anno nero dell’edilizia: 370 miliardi di fatturato complessivo, 3 milioni di occupati tra diretti e indotto circa l’11% del Pil nazionale. Qui non c’è la valvola dell’export ne la ripartenza tedesca a cui agganciarsi. Il 90% del comparto è fatto da Pmi che servono il mercato locale. Non a caso i primo fuochi registrati dall’Istat dopo sei cali consecutivi dell’Indice della produzione (+ 25% nel secondo trimestre 2010) restano confinati nelle grandi città non si spalmano sulla provincia Italiana dov’è in corso la grande moria (meno 25 mila imprese dall’inizio della crisi e la contrazione del mercato residenziale segna meno 12,2% (contro il meno 7,7 dei comuni capoluogo). Dice Paolo Bellini presidente di Anama. (agenti immobiliari) che anche sulla crescita dei mutui bisogna fare la tara: «In questo caso stanno giocando i tasti bassi che portano a molte sostituzioni e surroghe». Ergo: parecchi atti firmati in questi mesi sono riscritture non nuovi acquisti. Il capitale complessivo erogato per finanziare nuove compravendite non a caso si è ridotto da 34,5 miliardi a 31. E quando si vende lo stesso nel 78,8% dei casi lo si fa a sconto tra il 5 e il 20% (stime Bankitalia). A Riprova che il mercato si sta forse normalizzando nelle dieci e grandi città italiane ma la periferia resta una cayenna aggravata dall’esplosione dei bandi di gara sopra i 100 milioni di euro (nell’ultimo decennio dell’1,6 al 36,3%) e dal contemporaneo taglio del 25% di quelli sotto i 5 milioni. Era tradizionalmente il tesoretto dei piccoli, costretti a infilarsi delle catene torbide del sub- appalto brodo di coltura per i 300 mila lavoratori «fantasma» nei cantieri, i 5 miliardi di euro evasi e il boom delle partite Iva fittizie (+200 per cento). Naturalmente un po’ di selezione serve a ripulire il settore da una bolla che ha drogato il comparto per 15 anni, quando tutti si sono messi a costruire. Ottocentomila imprese censite nelle camere di commercio di Italia sono un numero abnorme. Si è costruito dappertutto oggi si paga il prezzo di appartamenti invenduti su cui gravano costi finanziari, capannoni fantasma, specie nel Veneto Felix e lungo la Via Emilia. Dove molti imprenditori sono costretti, per saldare i debiti a passarsi gli appartamenti come figurine. Basta un numero per comprendere il fenomeno: nel trevigiano ci sono 1,1 milione di appartamenti per 900 mila abitanti. «Chi fa manutenzione se la cava » spiegano dalla Cgia di Mestre, «ma per chi deve vendere è un deserto». Il mix tra imprese indebitate (+ 23% gli incagli sui fidi edilizi) e un mercato immobiliare fermo e micidiale per la provincia italiana. Sena più i mutui cento per cento il ceto medio non riesce ad alimentare la domanda necessaria e a smaltire il surplus di mattone. E dalle banche l’Imput è blindato: dopo la stagione del denaro facile si chiedono più garanzie, le erogazioni non coprono più del 60-70% del mutuo. Tuttavia se crolla l’edilizia viene già tutto il paese comprendono un indotto vastissimo servizi di ingegneria industria del cemento, fabbricazione di strutture metalliche, prodotti di legno piastrelle, ponteggi macchine per l’edilizia e prodotti per l’isolamento. Una filiera lunghissima per cui la crisi quella vera non è affatto smaltita.
La Stampa, 15 settembre 2010. Vietato aggiungere un posto a tavola. Secondo quanto accertato in un paio di controlli dagli agenti dalla polizia municipale di Cavour, gli agriturismo non rispettano il tetto massimo di 60 coperti. Ma la vicenda sembra assumere una dimensione che va al di la della sanzione amministrativa. Infatti la Lega Nord sezione di Villar Perosa schierata dalla parte degli agriturismi intende far varare dalla Regione una nuova legge in materia incaricando un legale di Pinerolo di tracciare le linee guida. Spiega l’avvocato Andrea Marchetti: «Per conto della Lega stiamo analizzando quel vuoto legislativo esistente fra la legge regionale 38 del 95 e la legge 96/2006 dello stato. La prima aveva inserito il limite del 60 coperti, mentre la seconda non ne fa menzione, puntando l’attenzione sulla qualità e sulla tipologia dei cibi serviti. Se inizialmente un agriturismo poteva proporre soltanto carne e verdure prodotte all’interno dell’azienda agricola, al nuova legge da facoltà di allargare l’offerta inserendo piatti locali di chiara tracciabilità cucinati con prodotti che provengono da un consorzio di agriturismi». In pratica in una struttura del genere sul Po non potranno essere serviti gli spaghetti con le vongole, mentre oltre ai pesci di fiume sarà possibile portare in tavola le tome dei margari. Ma la questione è complessa in quanto il controllo dei coperti, per ora effettuato solo a Cavour potrebbe estendersi a macchia d’olio. « Una buona fetta dell’economia di queste aziende si basa proprio sull’attività di ristorazione – spiega l’avvocato Marchetti e qui non si sa più quale legge fare riferimento». Fra le obiezioni sollevate dal legale c’è pure quella relativa alla competenza sul controllo. «Se si tratta di una violazione amministrativa il verbale tocca ai vigili; in caso contrario se non vengono rispettate le leggi dello stato, dovrebbe intervenire la guardia di finanza». Al termine dell’analisi del legale spiega Massimo Raviola , segretario Lega Nord della Val Chisone chiederemo al consigliere regionale Angeleri di far approvare la mai varata proposta di legge della Coldiretti volta ad una semplificazione dei regolamenti. Se alcuni agriturismi hanno al possibilità di servire cento coperti , non vedo perché si debba mortificare il settore. In Lazio o in un Umbria questo vincolo non esiste. In Lombardia, invece, il numero è legato alle presenze mensili».
La Stampa, 15 settembre 2010. Genovesio: in alcuni locali si servono più di 200 pasti. Sulla vicenda prende posizione Giovanni Genovesio nella doppia veste di presidente provinciale della Cna Commercio e assessore e assessore sempre la commercio del comune di Cavour, che precisa: «Il problema va affrontato a livello istituzionale. Sono esterrefatto nel sentire che la Lega Nord, partito che siede in Parlamento non intenda far rispettare una legge dello Stato». E poi aggiunge due punti: «Se si abbattono determinati limiti, come quello dei 60 posti trasformando gli agriturismi in veri e propri ristoranti allora gli stessi devono essere soggetti alle medesime tariffe dei ristoranti per lo smaltimento rifiuti. Invece attualmente esenti dagli oneri di urbanizzazione e a questa categoria di riconoscimento agevolazioni che non valgono per un ristoratore». Abbiamo richiesto i controlli dopo che un consigliere comunale aveva denunciato sforamenti con oltre 200 coperti». La Stampa, 10 settembre 2010. Artigiani anno zero: “La crisi è colpa dei pagamenti lenti”. La Rassegna dell’Artigianato inaugurata ieri a Pinerolo è visitabile fino a domenica sera e l’occasione per tre associazioni di categoria, Cna, CasArtigiani e Confartigianato di fare il punto su questo settore che, seppure fra alti e bassi rappresenta un comparto economico di grande importanza. «Siamo testimoni di un profondo cambiamento del mercato – spiega Mauro Prot responsabile della Cna Artigiani di Pinerolo – l’artigianato cosiddetto tipico e artistico che riporta ala mente a figura del falegname che crea il mobile o del fabbro, che con incudine e martello realizza la cancellata oggi è molto meno presente di una volta. E questo perché oggi servono artigiani specializzati in settori tecnici . Ecco allora che aprono i laboratori di antennisti di tecnici che montano gli allarmi o di installatori di pannelli solari». Non tutto, ca va sans dire, è rose e fiori. Dalla Camera di Commercio di Torino arrivano i numeri che servono per comprendere la situazione. Al 31 dicembre 2008 a Pinerolo c’erano 1.109 aziende l’anno successivo si è saliti a 1.121 per arrivare al 20 giugno di quest’anno con 1.145 con un incremento del 2,1%. Sono invece aumentate del 14,8% le attività legate all’informazione e alla comunicazione mentre è stabile il settore delle costruzioni in calo invece le imprese a carattere tecnico scientifico. La crisi insomma esiste anche per le aziende artigiane spiega Aldo Suppo, presidente di CasArtigiani: «Questa categoria cerca di tutelare l’occupazione con tutte le sue forze, ma deve fare i conti cin un sistema che ormai ha dilatato troppo i termini di pagamento». Aggiunge Dino De Santis , presidente della Confartigianato di Torino: « Oggi, proprio per motivi legati alla crisi l’artigiano deve essere più tutelato dalle sue associazioni di categoria e deve sentire più forte il senso di appartenenza al gruppo. E se, l’esperienza è importante non bisogna dimenticare il valore che hanno la formazione e l’aggiornamento». Il turn over particolarmente dinamico delle botteghe artigiane che aprono e chiudono al sua spiegazione proprio nella crisi dell’industria. Conclude Mauro Prot:«Quando un’azienda licenzia cento dipendenti, solo una minima parte riesce a trovare un ‘altra sistemazione. Per questo assistiamo alla nascita di nuove attività artigianali. Aprono in fretta ma purtroppo non tutte hanno una solida esperienza alle spalle e cosi altrettanto in fretta arrivano nei nostri uffici per chiederci di assisterli nelle pratiche di chiusura».
La Stampa, 9 settembre 2010. Non solo intagliatori. Quando l’artigianato sposa la tecnologia. Da oggi alle 17,30 e fino a domenica Pinerolo si veste di artigianato. Vie e piazze saranno chiuse al traffico per ospitare la 34 Rassegna dell’artigianato del pinerolese l’evento più importante dell’anno quello che è capace di attirare oltre centomila visitatori. In città sono rappresentati l’artigianato artistico quello dei servizi costituito da quei bravi tecnici che sanno dare una risposta alla continua richiesta di tecnologia delle nostre case e l’artigianato della gastronomia. Quest’anno ha ampliato i suoi spazi: in piazza Matteotti lunghe tavolate carne alla griglia e birra a volontà in piazza Santa Croce il Museo del Gusto di Frossasco che promuove cucina e vini del territorio accanto agli stand del Salento che portano dolci e olio. In Piazza Marconi e via del Pino i prodotti della Coldiretti, in via Savoia quelli del Paniere della Provincia . Cuore della rassegna piazza del Duomo e le vie che la circondano, qui si trova l’eccellenza artigiana. Nelle vicine piazza Cavour ci sono gli stand di quelle imprese che hanno fatto del rispetto dell’ambiente, la green economy il fiore all’occhiello della loro attività. E così ci saranno i pannelli solari quelli fotovoltaici, ma anche i produttori di infissi e serramenti. «E’ una formidabile occasione di marketing- dice Paolo Covato, sindaco della città- ma non solo in questo modo diamo a tutti la possibilità di riscoprire le vie più belle di una Pinerolo medievale. E mentre si celebra il ruolo degli artigiani promuoviamo il turismo e consolidiamo i rapporti di amicizia con altre province, come vuole la tradizione. Quest’anno ospiteremo il Verbano Cusio Ossola». La rassegna dell’artigianato è stata spostata di una settimana per farla coincidere con il 26 Concorso Ippico Internazionale, che prende il via domani . E proprio il cavallo è il tema del primo concorso di scultura che si svolgerà sabato e domenica , quando 28 artisti trasformeranno un anonimo pezzo di legno in un opera d’arte. Giornate di festa, ma anche importanti per fare il punto su un comparto produttivo che certamente non è sfuggito alla crisi. Spiega Mauro Prot, presidente della Cna di Pinerolo la confederazione che promuove la rassegna: «Su 6000 imprese, 1300 sono iscritte alla Cna: questi artigiani sono legati al territorio e hanno una visione completamente diversa della realtà che li circonda rispetto alla grande azienda, che al termine di un Consiglio di amministrazione decide di tagliare drasticamente il numero dei propri dipendenti. L’artigiano piuttosto corre il rischio di fallire, ma difficilmente licenzia i suoi collaboratori. Oggi servono però nuovi modelli e gli artigiani devono imparare a consorziarsi fra di loro a fare rete e soprattutto ad imporsi di più nei confronti dell’ente pubblico che paga con ritardi». Fra le curiosità della rassegna quest’anno in piazza Verdi è stato allestito il villaggio artigiano qui il pubblico non solo potrà vedere come nasce un vaso in terracotta ma potrà anche imparare ad impugnare una sgorbia per intagliare un pezzo di legno. Piccoli laboratori dove poter interagire con gli artigiani che diventano docenti . E poi nella vicina via Savoia ampi spazi per gli esperti del bricolage. Ma la rassegna e anche una vetrina sulle opportunità culturali che la città sa offrire, saranno infatti tutti aperti,i musei cittadini, da quello di Scienze naturali alla Cavalleria.
La Stampa, 27 agosto 2010. “Serve un contratto di area che tuteli le piccole imprese” . Cambiare si deve, ma senza dimenticare che la stragrande maggioranza dei metalmeccanici, anche in Piemonte, è occupata nella piccola e media impresa. Il segretario della Cna, Paolo Alberti, interviene nel dibattito sulla necessità o no di arrivare a un contratto dell’auto - ha cui hanno partecipato il presidente degli industriali Gianfranco Carbonato, il deputato Pd Cesare Damiano, lo storico Beppe Berta, e il segretario Fiom Giorgio Airaudo- spostando l’ottica sulla piccola azienda. E ammonisce: «Fare i conti senza questa realtà è assurdo, sbagliato e dannoso». Che cosa ne pensa di un possibile mutamento di scenario con un contratto scritto apposta per i metalmeccanici dell’automobile? «Quello che c’è è di cui siamo firmatari senza dubbio un contratto un po’ vecchio che cerca di tenere insieme troppe figure diverse. Una volta ovunque c’era il ferro c’era un meccanico. Adesso le cose sono molto cambiate e quel modello va più bene». Con che cosa sostituirlo allora? «Io ho in testa un’idea un po’ diversa da quelle di cui si sta discutendo. Penso più che ha un contratto di settori a uno cosiddetto di area, che mette insieme pezzi specifici di produzione di un territorio». Ma con quale dimensione? «Può essere la provincia o anche un territorio più piccolo perché la specificità siano chiare. Propongo di riprendere quel tavolo avviato con sindacato e Confapi per dare un contributo». Ma quale sarebbero i vantaggi di una dimensione non nazionale? «Nessuno sembra ricordarsene ma la maggioranza dei metalmeccanici lavora le aziende con meno di cinquanta addetti anche qui a Torino. E in molte di quelle il sindacato non c’è, non esiste. Un contratto d’area consente di passare a un modello di relazioni sindacali su base territoriale». In quella sede ci si dovrebbe occupare anche di flessibilità? «Sarebbe la sede giusta per coniugare diritti del lavoro e flessibilità tese a rendere le imprese più competitive». Ma il sindacato di solito guarda con sospetto queste ipotesi. O no? «Sì, il sindacato non sempre è attento come dovrebbe delle piccole e medie aziende, eppure è li che si concentra la maggioranza di lavoratori ed è lì che si difende l’occupazione in questa crisi». A proposito di crisi come sta andando? «Direi che la crisi non c’è più. Sembra un assurdo, ma è diventata purtroppo una situazione permanente di calo generalizzato della produzione. Servirebbero politiche nazionali e locali per sostenere le imprese che esportano l’unico settore in ripresa». E invece? «E invece si fa troppo poco si fa anche in un altro campo quella della messa in rete delle imprese». Che significa? «Che troppe aziende sono troppo piccole. Così non riescono a stare sui mercati. Ma potrebbero lavorare insieme e offrire così ai potenziali clienti quantità sufficienti di prodotti . Questo sarebbe un modo di fare politiche del lavoro molto più utili dei corsi di formazione. E’ mettere le imprese nelle condizioni di lavorare che grantiscono i posti». Teme per il futuro dell’occupazione del settore?«La situazione è quella che è a noi stessi e noi allo stato attuale neppure sappiamo se da gennaio ci saranno i fondi per la cassa in deroga».
La Stampa, 8 agosto 2010. Gli artigiani: il prelievo del 10% è una rovina. La metafora non è nuova, ma rende l’idea. Andrea Talaia del settore edilizia della Cna non ha dubbi:«Questo provvedimento toglie ossigeno a chi già non riesce a respirare e si tratta di settori che occupano il Piemonte 146 mila addetti». E’ il presidente dell’associazione di artigiani, Daniele Vaccarino, lancia un appello della politica: «Chiedo ai parlamentari torinesi di impegnarsi affinchè si possa ottenere una revisione di questa norma che penalizza gli artigiani in un momento già di crisi già durissima». E’ successo che il governo ha introdotto una ritenuta del 10 per cento sui pagamenti effettua da privati a imprese che hanno effettuato lavori di ristrutturazioni edilizie utilizzando gli incentivi del 36% e quelli per il risparmio energetico del 55 per cento. In sostanza – anche se ancora non è chiaro il meccanico materiale – ogni volta che una volta farà un bonifico bancario o postale per pagare quel tipo di lavoro scatterà la ritenuta. Una sorta di anticipo sulla denuncia dei redditi. Vaccarino non ha dubbi: «La ritenuta del 10 per cento colpisce le risorse delle imprese, pregiudica la loro possibilità di investire, riduce la liquidità disponibile, aggrava le già forti e crescenti difficoltà di accesso al credito per le piccole e medie imprese del settore edile». Aggiunge: « Le nostre imprese non possono permettersi di lasciare per almeno un anno allo Stato un valore pari al 10% dell’imponibile della fattura pagata tramite bonifico dal cliente. Per la maggioranza delle aziende vuol dire rinunciare per quasi un anno al proprio margine di guadagno». E Talaia spiega che il problema è ancora più grave: «In questi tempi di crisi si lavora per non lasciare a casa i dipendenti e per non chiudere mai i margini di profitto sono ridotti all’osso. In molti casi va già benissimo se si guadagna il 3-4 per cento. Un margine ridotto che però consente di andare avanti in attesa che l’economia si riprenda. E’ assurdo che a fronte di guadagni così esigui si debba lasciare il 10 per cento». La Cna dice di no a questa norma e protesta anche per «con il decreto entrato in vigore a luglio il governo penalizza le imprese dell’edilizia dell’impiantistica e della produzione di infissi che operano nel campo della ristrutturazione e della riqualificazione energetica degli edifici». E Vaccarino profetizza amaramente: «Le imprese assisteranno a una pesante flessione del mercato in cui operano il perché il governo non ha voluto prorogare oltre la fine anno le detrazioni fiscali del 55% relative al risparmio energetico. Questo avrà un impatto negativo sull’economia e sull’occupazione». E l’associazione degli artigiani mette insieme numeri notevoli: le agevolazioni fiscali richieste sulle ristrutturazioni edilizie del 2009, in Piemonte, sono state 39986 con un incremento sul 2008 del 15,9%. Su 1.790.022 abitazioni occupategli interventi agevolati del 1998 al mese di aprile di quest’anno hanno riguardato 380.854 pari al 21,3%. Gli incentivi fiscali per gli interventi edilizi per migliorare l’efficienza energetica sono arrivati a 589 mila e prodotto un risparmio energetico pari a 4404 Gwh.
La Stampa, 25 luglio 2010. Pagamenti lumaca alle imprese: “Serve una legge che le tuteli”. Va un pò meglio ma solo per le imprese più grandi per piccoli e per gli artigiani i ritardo nei pagamenti nei bilanci che si somma alla lunghissima crisi. Un mix infernale che rischia di far affogare aziende altrimenti sane. Da tempo chiedono una legge che stabilisca tempi certi sia da parte della pubblica amministrazione sia da parte delle imprese medio grandi a cui spesso le piccole fanno da banca. E il problema è particolarmente grave a Torino e in Piemonte, dove l’industria è ancora molto estesa. Così i deputati torinesi del Pd Esposito, Merlo, Beltrandi, Misiani hanno messo giù un testo di 11 articoli e lo stanno facendo circolare tra le associazioni di categoria. Spiega Esposito: «Da tempo chiedono una legge e hanno ragione. Penso che riusciremo a portarla a casa solo con un’adozione bipartisan e per questo sollecito il centro destra a elaborare un proprio testo su cui confrontarci». Aggiunge: «il nostro articolato non è blindato, spettiamo osservazioni e siamo disposti al cambiamento». Secondo l’associazione italiana per il factoring i crediti vantati dalle imprese italiane nei confronti della pubblica amministrazione sono stimabili in 60-70 miliardi, di cui un decimo abbondante in Piemonte. Esposito fa una provocazione: «Le piccole e medi imprese sono gli istituti di credi più generosi e affidabili nei confronti dello stato e della grande azienda». I tempi di pagamento arrivano anche a 600 giorni per il pubblico. Una media di 18 giorni contro i 67 dell’Europa dove le imprese private pagano in 88 giorni a leggi impositive. In Piemonte come denunciano gli artigiani, le attese sono eterne, anche 7-8 mesi e da qualche tempo per ottenere in molto ritardo i propri soldi si deve concedere un ulteriore sconto. Nella proposta di legge di Esposito si pone il termine di 90 giorni per la pubblica amministrazione. La proposta ha ottenuto molta attenzione tra le associazioni di categoria dice il direttore dell’ Api Roberto Degiovanni: «E’ veramente importante che si muova finalmente qualcosa per questo siamo favorevoli all’iniziativa». Ci sono però dei rilievi nel merito: « Va bene che ci siano termini secchi per la pubblica amministrazione, ma a noi servono scadenze egualmente decise anche per i rapporti tra i privati». E spiega: «Non va bene che i termini siano stabiliti tra le pareti perchè così c’è il rischio che non vengano rispettati e che siano poste condizioni che la piccola impresa non può rifiutare». Analoga la posizione della Cna con Stefano Busi: «Il problema non è solo stabilire tempi e scadenze brevi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni e nelle transazioni commerciali tra privati, che vengono ridotti a 30 per il pubblico a 30-60 con deroghe per i privati, ma riuscire a rispettare con efficacia , individuando meccanismi e strumenti automatici che realizzano la riduzione dei tempi senza dover ricorrere solo a sempre alla procedura del decreto ingiuntivo che deve, a mio avviso essere seguita solo in casi eccezionali».
La Stampa, 18 luglio 2010. La paura di imprenditori e artigiani. “Non si può perdere un altro anno”. Lo penso prima o lo penso adesso: la paralisi amministrativa della Regione sarebbe un bel problema . Il presidente dell’Unione industriale, Gianfranco Carbonato non ha dubbi malgrado le sue parole all’assemblea annuale dell’associazione abbiamo fatto dire a qualcuno che gli imprenditori erano saltati sul carro del vincitore oggi lo ripete: «Non sono di parte, ma mi auguro che non si rivoti. Non si può perdere un altro anno». D’altronde Carbonato si era attirato un bel po’ di applausi dell’assemblea anche quando aveva esortato il governo dicendo: «Non perdete tempo in questioni come le intercettazioni. Collaborate a sostegno delle attività delle imprese, a partire da quelle medie e piccole». La sua preoccupazione è che si congelino «i provvedimenti che chiediamo da tempo a sostegno delle imprese e dei lavoratori». E assicura: «Non è una questione politica; la situazione difficile e tutto ci vuole tranne che un anno di blocco per grane seppure importanti». Preoccupato anche il presidente del Collegio, costruttori Alessandro Cherio, che dice: «Ci sono cose che dovevano essere fatte ieri, non vengono fatte oggi e c’è il rischio che non siano fatte neppure domani». E dettaglia: «Risorse per le opere subito cantierabili , legge urbanistica, piano casa, housing sociale, fondi di garanzia per le imprese che vantano crediti alla pubblica amministrazione». Però ci tiene a precisare: «Naturalmente non è vietato governare». E lo pensa anche Paolo Alberti della Cna: «Non vedo perché la Regione non possa governare i tempi sono lunghi; intanto governino serenamente. In ogni caso credo che non ci si possa nascondere dietro la parola governabilità . L’azione di governo non va anteposta al rispetto delle leggi».
La Stampa, 7 luglio 2010. “Gli appalti degli enti pubblici anche alle piccole imprese”. Ancora una iniziativa della Cna: perché vuole reagire alla crisi, che dopo aver colpito al grande industria sta accerchiando le piccole imprese:«Il nostro è il settore che ha fatto da volano contro le difficoltà dicono Paolo Alberti e Daniele Vaccarino, segretario e presidente Cna Torino- ha tenuto, non si sono fatti licenziamenti, c’è bisogno di interventi concreti,o ci saranno tante chiusure». E i dirigenti fanno presente che su 100 lavoratori con il contratto a scadenza indeterminata nel capoluogo di provincia 57 sono dipendenti di piccole e medie aziende. «Le imprese resistono a stento- aggiunge Alberti non sono più rinviabili le forme strutturali di cui il Paese ha bisogno. Cambiare le regole del mercato del lavoro, adeguare il sistema previdenziale, valorizzare le Pmi, ridurre l’evasione fiscale rendere efficiente la Pubblica amministrazione sono scelte da fare ora». Dall’indagine congiunturale realizzata da Cna Torino svolta su 450 imprenditori «non emergono segnali di ottimismo». Nei primi quattro mesi dell’anno il fatturato è diminuito ulteriormente rispetto agli ultimi mesi del 2009 per il 38% delle aziende invariato il 47% aumentato per il 15%. Tra le ditte più colpite della crisi , le ditte metal meccaniche che nel 46,5% per cento dei casi hanno denunciato un ulteriore calo di fatturato ed erano comunque più numerose il 64,5% nella precedente rilevazione. Preoccupano ancor più le costruzioni che denunciano un calo nel 44% dei casi (contro il precedente 37%) per le autoriparazioni dove le perdite riguardano il 46% delle imprese (contro il precedente 39%) . Cali di fatturato anche nella piccola industria (26, 5%) . Purtroppo, le percentuali di investimento sono in discesa rapida: solo il 7,4% acquista nuovi macchinari che fanno ricerca, nella precedente rilevazione erano l’8,4%. Su fronte dell’occupazione, la situazione è stabile: nei primi mesi del 2010 il 20 % delle ditte intervistate ha fatto ricorso alla cassa integrazione. Le proposte? «Concentriamo le risorse in produzioni che possano riguardare il prossimo lustro – dice Alberti – servono leggi applicabili: è difficile ad esempio in questa fase favorire assunzioni a tempo indeterminato anche se incentivate , le piccole aziende». E’ necessario rivedere gli appalti pubblici di grandi dimensioni, spiega Vaccarino: «Solo il 2% di bilanci degli artigiani il 6% delle piccole imprese è fatto di lavori per gli enti locali: vincono le gare i grandi gruppi e poi eventualmente subappaltano alle loro condizioni e con i loro tempi di pagamento: no va bene, gli appalti vanno aggiudicati anche a noi, direttamente».
La Stampa, 6 luglio 2010. “Le grandi aziende paghino entro 60 giorni, o chiudiamo”. In Italia il tempo medio pagamento di una fornitura da parte di una piccola impresa è salito a 178 giorni. Erano 1001 nel 2008. Se poi si fa il confronto con l’estero gli artigiani dello Stivale finiscono in fondo alla classifica: la più puntuale è a Francia, con 30-60 giorni, per legge. «Basta! Non possiamo più fare la banca delle grandi aziende e degli enti locali», così la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna) ha scritto una «lettera aperta istituzioni e partiti politici per ottenere leggi e impegni: «Per ora ha detto il segretario generale Sergio Silvestrini- I nostri associati grazie ad ammortizzatori sociali e mettendo a rischio le proprie risorse non hanno licenziato, ma la situazione si sta aggravando». Per la prima volta, l’appello a misure urgenti è stato concordato tra i presidenti regionali di Cna di Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto. E’ il Nord- dove l’azione della Lega ha sfondato con il filone sul federalismo ed è anche alla guida di due delle quattro Regioni, a sollecitare provvedimenti nazionali. Da Francesco Cudia e Michele Sabatino, presidente e segretario del Cna Piemonte , il quadro delle forti presenze del Nord del Confartigianato: 1.800.000 imprese su un totale nazionale di 5,3 milioni (oltre il 35%), e il 98% di queste aziende che ha meno di 50 addetti. I punti: pagamenti, semplificazione, infrastrutture. Pagamenti:«Urge approvare una legge che regoli i tempi, in particolare tra i privati, tra grande e piccola azienda». Semplificazione meno burocrazia e sostegno alle imprese, attenzione alle liberalizzazioni che «non devono diventare il mezzo per ingrosso l’esercito del nuovi poveri». Infrastrutture: più collegamenti portuali, aereoportuali, bisogna essere concreti, chiari per attrarre «nuovi flussi commerciali e produttivi». Nell’incertezza nessuno fa investimenti. Proseguendo il dialogo già avviato con il neo presidente della giunta regionale, Roberto Cota e anche ieri con l’assessore Massimo Giordano (intervenuto in una tavola rotonda a Villa Gualino sul «credito delle imprese») il Cna Piemonte guarda con l’interesse all’ipotesi della «cessione del credito pubblico» presso banche convenzionate con la Regione. Un percorso già avviato, da sei mesi, da presidente della Provincia, Antonio Saitta. Cudia ha denunciato il fatto che «gli appalti pubblici regionali sono sempre più aggiudicati a imprese nazionali, a scapito di quelle locali». Dal presidente del Cogart Cna, Enzo Innocente, la richiesta che «per lavori sotto una determinata cifra (esempio: 500 mila euro) ai procede a licitazione privata», iter collaudato nell’astigiano. «Siamo l’Italia che reagisce», ha chiuso Silvestrini.
La Stampa, 19 giugno 2010. La Reggia si prende tutto compresi i souvenir. L’immagine della Reggia di Venaria sarà protetta dal copyright. Da adesso e fuorilegge chi vende qualsiasi gadgets con su riprodotta la Galleria di Diana, la Torre dell’Orologio o la Citroniera, ad esempio Piatti, tazzine, penne stilografiche, accendini magliette, magneti, cartoline e altre merce esposta nelle vetrine della centralissima via Mensa, ma anche nei negozi di Torino. «Chi vorrà utilizzare un ‘immagine del complesso sabaudo dovrà chiedere a noi l’autorizzazione avverte Daniele Carletti, dirigente del settore amministrazione e risorse umane del Consorzio La Venaria Reale. E aggiunge: «Si stipulerà una convenzione o ci verranno pagate della royalties in base alle quantità di “pezzi” acquistati dai turisti». Incalza: «Esiste una legge del 1993 che regola il diritto di sfruttamento di immagine, non inventiamo nulla di nuovo». I negozi cittadini sono già stati controllati e chi vendeva gadgets della Reale ha ricevuto «un’ammonizione» anche per quelli smerciati in passato e per i pezzi che ci sono ancora in magazzino. Qunato basta imbufalire i commercianti di Venaria che hanno ricevuto una lettera molto chiara «sull’utilizzo di immagini coperte da copyright» e «sulla concorrenza sleale». Missiva arrivata dopo l’impennata di 85 mila visitatori in pochi giorni grazie all’effetto Sindone. «Tre anni fa, prima dell’inaugurazione della Reggia, avevamo proposto di realizzare un merchandising con il copyright, era un bel progetto- si arrabbia Alberto Alberetto, il responsabile della Confesercenti- Dopo quattro incontri con la Regione no abbiamo nulla. E oggi l’okay può arrivare solo dal Consorzio? E’ scandaloso. Se volevano raschiare il fondo del barile ci sono riusciti». Prende fiato: «Poi parlano di controlli effettuati, ma da chi?». E i verbali di queste verifiche dove sono? Qualcuno sta uscendo dal seminato». «Avremmo potuto chiedere il sequestro della merce e procedere per le vie legali, ma vedremo di attuare una sanatoria in accordo con le associazioni di categoria – ribatte ancora Carletti – Comunque non si tratta solo di un discorso economico, ma anche di un uso dell’immagine pertinente, in linea con la dignità e il decoro del monumento». L’unici soggetto ad avere l’okay per l’uso dei loghi, immagini e segni di stintivi della Reggia, per ora, è l’Avta (Associazione venariese tutela ambiente). «Il comunicato spedito ai nostri associati delirante quasi terroristico, perché non si capisce chi si vuole colpire – ammettono allibiti Alessio Stefanoni e Saverio Mercadante , ai vertici della CNa di zona – Anche perché i prodotti commercializzati con le immagini della Reggia sono stati acquistati dai dei grossisti. Quindi si vada a punire loro, non i negozianti della città ai quali non è mai stato comunicato». Prova ad ammorbidire i toni il sindaco Giuseppe Catania che, precisa come: «Non si devono considerare dei “pirati” gli esercenti di Venaria che vendevano la merce in buona fede». Riflette: «adesso è necessario sedersi ad un tavolo e capire cosa si può fare per non creare ulteriori. Esiste una legge che regola i diritti di immagine e va rispettata, ma occorre buon senso da ambo le parti».
La Stampa, 13 giugno 2010. Imprese che investono: “Si pensi innanzitutto al personale qualificato”. C’è molta attesa nel modo economico sindacale per il piano che verrà presentato mercoledì e che dovrebbe dare il segno all’attività della giunta per i prossimi cinque anni. Il direttore dell’Unione Industriale, Giuseppe Gherzi , si riserva un giudizio più articolato quando avrà il letto il testo, ma subito vuole chiarire un aspetto. Dice: «Va bene attrarre investimenti ma chiediamo che le stesse agevolazioni per l’imprenditore francese che sceglie il Piemonte valgano per l’imprenditore di raddoppiare lo stabilimento». Non ha dubbi: «L’obbiettivo della Regione deve essere il rafforzamento dell’industria che c’è». C’è poi la parte relativa alle politiche per l’occupazione; in questo la giunta ha già detto che non rifinanzierà il sostegno al reddito , ma che premierà le aziende che assumono. Gherzi ha un’idea precisa: «Mi rendo conto che in una fase di crisi ci si debba occupare ma chiedo un’attenzione anche alle assunzioni di personale altamente qualificato». Sostiene le misure che possano «trasformare il lavoro precario in lavoro stabile». Michele Sabatino della Cna ma gli stanno a cuore altri due tipi di interventi. Chiede che «si tenga conto delle difficoltà nell’accesso al credito soprattutto di piccole e medie imprese». E soprattutto sollecita la Regione a diventare il motore per ottenere una nuova legge sui termini di pagamento. Silvano Berna della Confartigianato apprezza «l’iniezione di risorse nel sistema». E dice: «Siamo fiduciosi che possa essere utile e che lo possano essere utile anche i voucher per formazioni e assunzioni». Apprezza la presentazione del piano il segretario della Cgil, Vincenzo Scudiere, che dice «Vorremmo collegare le politiche attive per il lavoro alla fase di emergenza attuale e avere la certezza che ci saranno i fondi per la cassa in deroga. Per il resto mi sembra una scommessa accettabile».
La Stampa, 28 maggio 2010 - Ai giovani negato il credito. Centocinquanta giovani imprenditori hanno partecipato al convegno della Cna organizzato ieri nella sede di Economia e Commercio e presentato un documento rivolto all’Unione Europea, al governo, agli enti locali, alle banche. Lamentano che le condizioni di lavoro sono tali da scoraggiare l’imprenditoria: tra il 2005 e il 2009 i giovani imprenditori, infatti sono scesi in regione al 13%. Dice la presidente del gruppo Erica Lazzarini: «Spesso quando si arriva in banca con un ottimo business plan, un’idea forte e molta professionalità ci venne chiesta la firma dei genitori come garanzia sul prestito». Non basta: «Accade, in particolare nell’edilizia, che non si possa concorrere agli appalti perché non si hanno 5 anni di esperienza e allora le imprese che vincono ci propongono di chiudere la nostra attività, lavorare per loro come dipendenti, essere poi licenziati e riaprire l’azienda. Una cosa incredibile». Chiedono che si applichino i contenuti europei dello small business act europeo che consentirebbe di assumere in ogni iniziativa pubblica il punto di vista delle micro imprese.
La Stampa, 15 maggio 2010. Edilizia in rosso, persi 9 mila posti. Il bilancio è devastante: quasi novemila posti di lavoro persi in un anno, più di 160 imprese fallite, milioni di ore di cassa integrazione, investimenti fermi. Per l’edilizia la crisi è stata durissima, forse per la prima volta il settore non ha funzionato come ammortizzatore sociale. Questa era stata la sua funzione ad esempio, nel ciclo recessivo di dieci anni fa. Questa volta, invece m ha pagato un prezzo salato e ancora non si vede la fine delle difficoltà. Sono tutti uniti – imprenditori, artigiani, sindacalisti- nel denunciare che così non si può andare avanti. E nel chiedere subito un tavolo permanente sull’edilizia da aprire in Regione. I nodi sono noti: fatturato pesantissimo, crollo degli investimenti pubblici, crescenti ritardi nei pagamenti, difficoltà nell’accesso al credito. Già un anno fa, all’inizio della recessione, le categorie avevano unito le forze, messo da parte il conflitto e cercato lavorare insieme per ottenere misure che ritengono necessarie ma è trascorso un anno intero e poco o nulla si è visto. Lo dice il presidente dell’Ance, Giuseppe Provvisiero co’ come lo dicono i sindacalisti di Cgil, Cisl, Uil, Gianni Pibiri, Piero Donnola, Francesco Forlenza -o i rappresentanti di Cna, Confartigianato, Casa o quelli di Lega Coop, Confapi, Confiindustria. Le richieste sono sempre le stesse e si rivolgono a governo e enti locali. Ci sono cose, assicurano imprenditori e sindacalisti, che si potrebbero fare subito come modificare il patto di stabilità e mettere in moto cantieri, ad esempio, per l’edilizia scolastica, con appalti a trattativa diretta per importi sotto i 500 milioni. Uno dei grandi imputati è proprio il sistema delle gare al massimo ribasso che «costringono pur di lavorare a farlo in perdita». E la richiesta di rispetto delle regole viene girata agli enti pubblici e ai privati che dovrebbero pagare – come preveder una direttiva europea –entro 60 giorni e che invece fanno attendere anche fino al oltre duecento. Dicono gli imprenditori: «Siamo stufi da fare da banca al pubblico». E aggiungono i sindacalisti: «Ci sono imprese che non pagano gli stipendi o costrette a chiudere perché non ricevono i pagamenti». E poi si chiede l’avio delle grandi opere infrastrutturali con l’erogazione degli 11.2 miliardi di euro deliberati dal Cipe nel giugno 2009, ma mai diventati realtà e l’allungamento della cassa a un anno come nell’industria. La crisi che ha tagliato posti di lavoro ha creato anche un altro fenomeno sociale allarmante. Lo racconta Pibiri della Cgil: «In base alla Bossi-Fini l’immigrato che non lavora per sei mesi se ne deve andare, ma molti hanno figli nati qui che neppure conoscono la lingua dei genitori. C’è già qualcuno che ha lasciato qui i ragazzi a amici ed è tornato al suo Paese. Una tragedia con le famiglie che si spezzano».
La Stampa, 11 maggio 2010. Il futuro? Un vestito a Km zero. Il primo abito sartoriale realizzato a chilometri zero. E’ diventato il simbolo della mostra «Moda e made in Italy tra arte e design. La qualità oltre la griffe» ospitata dalla Casa del Conte Verde di Rivoli, in via Fratelli Piol 8, fino a domenica (ingresso libero ore 15- 19 sabato e domenica ore 10-13). Non solo un’esposizione di abiti, stoffe e accessori, ma un ambizioso progetto firmato Cna Torino che ha già incuriosito 1900 visitatori, scelto per il lancio del nuovo marchio collettivo «Slow fashion 100% Italian passion» di tutela del made in Italy. Unico nel suo genere, e un abito da donna in cotone, nato dalla collaborazione tra l’artista torinese Alberto Bongini, il designer chierese Marcello Gobbi, la Tessitura Corte di Chieri e la sartoria Rivolese Rosanna Gangi. Dall’ideazione alla realizzazione nell’arco di pochi chilometri, in pura filosofia Slow fashion. Parte da qui il rilancio della ‘attività sartoriale artigianale. Un settore duramente colpito dalla crisi che oggi conta 600 attivtà imprenditoriali superstiti. Un numero ancora considerevole che però potrebbe azzerarsi (così come già accaduto nel 2009 per il settore della calzatura artigianale torinese). Sono un centinaio gli imprenditori locali che grazie alla mostra si sono avvicinati agli artigiani della moda che operano ancora con i metodi di una volta, in bottega, spesso nell’ombra per conto di gradi marchi che sfilano sulle più prestigiose passerelle di Milano, Parigi, New York. «Un piccolo grande passo che apre la strada al nuovo marchio confederale che verrà assegnato a partire dai primi di giugno», rende noto la Cna. «Stiamo mettendo a punto negli ultimi approfondimenti del regolamento. Un rigido contenuto per tutelare non solo la contraffazione del marchio ma anche il controllo a posteriori dell’impegno a cui andranno a sottoscrivere 250 esercenti Federmoda. Si tratta infatti di un logo registrato nel pieno rispetto della nuova legge di tutela del made in Italy, che garantisce non solo la produzione ma anche l’ideazione. Chiediamo a tutti gli artigiani di certificare anche i passaggi intermedi». Un progetto pilota che verrà lanciato anche nel resto d’Italia a partire da Bologna, altro importante polo di produzione sartoriale artigianale.
La Stampa, 7 maggio 2010. Fino al 16 maggio alla Casa del Conte Verde, via Fratelli Piol 8, mostra e Made in Italy tra arte e design. La qualità oltre la griffe. Sabato 8, dalle 10, seminario dedicato agli imprenditori. Ingresso libero.
La Stampa, 30 aprile 2010. Gli artigiani con l’acqua alla gola. “Non ce la facciamo”. Hanno la forza dei numeri: un milione di persone che in Piemonte che basa il proprio reddito su artigianato e lavoro autonomo tra chi ci lavora e le famiglie. E cosi Francesco Cudia e Michele Sabatino e della Cna Regionale scrivono una lettera aperta per sollecitare un confronto con governo regionale, istituzionali locali, banche, organizzazioni sindacali. Dicono, seppur con toni cortesi, che il loro mondo ne può più e che si va avanti così il rischio di collasso è grande. E ammoniscono: «Il danno sociale della chiusura di cento piccole imprese è superiore a quello della crisi di una grande fabbrica». Nella lettera ce n’è per tutti: banche, clienti, governi. Scrivono: «Nel quarto trimestre del 2009 sono ulteriormente diminuiti i finanziamenti erogati alle imprese; meno 0,4 a settembre, meno 2,7 a dicembre. Il settembre manifatturiero ha subito a dicembre una contrazione dei prestiti del 12.1% a settembre era il 7.2%». E raccontano che oggi il subfornitore è la «vittima sacrificale». della grande impresa che «ammortizza le proprie contraddizioni pagando i propri fornitori anche a 290-300 giorni». Dicono: «Come don Abbondio, i piccoli imprenditori si trovano schiacciati tra i vasi di ferro delle banche che non concedono aperture di credito, e dei committenti che disonorano gli impegni di mercato. Quale peccato capitale devono scontare i piccoli imprenditori per dover subire – unici in Europa – tali condizioni?». Il ritardo nei pagamenti, ovviamente, riguarda anche la pubblica amministrazione e si somma ai durissimi affetti della crisi che i due dirigenti della Cna elencano in un crescendo impressionante: «Negli ultimi mesi il fatturato dell’artigianato è diminuito di un ulteriore 39.6%; per la piccola industria il calo è stato del 35%. I lavoratori autonomi sono danneggiati dalla contrazione del mercato dei servizi di consulenza. I commercianti lamentano una diminuzione del fatturato de 64.2% e il 40% si attende ulteriori diminuzioni». Adesso poi ci sono gli immediati problemi col Fisco: «Nonostante la gravità della situazione, i correttivi applicati agli studi di settore sono stati troppo blandi, sottovalutando la caduta dei fatturati. Quel 30% di imprese che nel 2008 non riusciva a riconoscersi nel proprio studio di settore è destinato a sfiorare il 50% quest’anno». I «piccoli»si sentono ignorati. Cudia e Sabatino lo dicono chiaro: «La protesta dei piccoli incontra una rapida attenzione mediatica e politica, ma finisce lì». Spiegano anche rifacendosi al Primo Maggio, che credono «a un’impresa fondata sulla coesione con i dipendenti». Non nascondono l’amarezza. Dicono: «Tiriamo la cinghia usiamo i risparmi familiari. Ci sono imprenditori non ce la fanno più chiudono e, nei casi limite – come accaduto nel Nord Est ricorrono al suicidio».
La Stampa, 24 aprile 2010. Pagamenti lumaca. In affanno 60 mila imprese. Antonio Lanieri lo dice senza vergogna. E senza paura: «C’è solo una cosa che mi impedisce di fare la fine dell’imbianchino di Villadose che si è impiccato nel garage di casa: mio figlio». Ha un bambino di due anni e mezzo, una piccola ditta che fa lavori di manutenzione stradale e un mare di debiti. «Non riesco più a pagare e fornitori e nemmeno dipendenti. Da quasi nove mesi aspetto 50 mila euro da due enti pubblici. Niente da fare. E come una valanga metro dopo metro s’ingigantisce. Non so quanto potrò resistere». C’è strage mancata di risorse sogni e anni di fatica – che ogni giorno ci sfiora e ogni giorno,e forse nemmeno ce ne accorgiamo. Migliaia di piccoli artigiani e imprenditori appesi a un filo che a volta si chiama pubblica amministrazione zavorrata dal patto di stabilità o dai finanziamenti statali che non arrivano e altre volte da committenti che non pagano i lavori eseguiti. Tanti sono allo stremo della forza: 60 mila alla Cna hanno smesso di pensare e come uscire dalla crisi perché l’urgenza è salvarsi, rincorrere i debitori, scatenarsi avvocati e agenzie per la riscossione dei crediti «C’è chi spetta anche 100 e 200 mila euro» racconta Rosa Maria Polidori, presidente provinciale di Cna piccola industria «E non riesce a riaverli» La maggior parte è ancorata a crediti da 10 a 15 mila euro. Poco? Non per chi ha un’azienda familiare o con 20 3 dipendenti. Nessuno paga altro che i 120 giorni fissati per legge dalla data della fattura: nel pubblico si arriva anche a un anno, nel privato servono almeno 7-8 mesi. E’ una catena infernale, una piramide che scarica tutti i costi e li peso sulla base: i committenti o la pubblica amministrazione pagano in grave ritardo; le imprese non riescono a far fronte agli oneri con dipendenti e fornitori: i fornitori producono la perdita. Paola Costa, 40 anni, una piccola ditta che fornisce strumentazione sanitaria alle Asl di Piemonte e Liguria, la racconta così: «Ho una dipendente che si occupa solo di star dietro a soldi che ci aspettano: passa le giornate a telefonare alle Asl, chiedendo quando pensano di saldare il conto. Di 300 mila euro fatturati 200 mila ancora non li ho visti». «Chi lavora per i privati, quando fattura, deve versare l’Iva, il 20 per cento. Ma se prende i soldi dopo 10 mesi, per quasi un anno ha vissuto in perdita», racconta Polidori. Ecco perché tanti hanno smesso di fatturare e altri fatturano tre o quattro mesi dopo, quanto basta per versare il denaro per versare l’Iva. «La verità è che in certi momenti c’è quasi da sperare di non vincere un appalto», racconta Paola Costa. «Altrimenti devi fare gli ordini ai fornitori e pagarli, mentre il compenso per l’appalto arriverà chissà quando». E’ un meccanismo perverso: lo Stato paga in ritardo le Regioni che si rivalgono sulle Asl che penalizzano noi». Si finisce sviluppati in un girone dantesco: non si ricevono soldi; non si possono versare i contributi; non si è in regola; non si può partecipare a nuove gare d’appalto; non c’è liquidità per acquistare i materiali dei fornitori. Tanti hanno detto basta. Hanno chiuso. La maggior parte è rimasta in piedi, ma arranca. La guerra tra poveri è diventata guerra di carte bollate. Tutti contro tutti, e al diavolo la solidarietà. Così, anziché tirasi fuori dalle secche, ognun spinge l’altro sott’acqua. «Quando ci siamo trovati quasi strozzati abbiamo cominciato ad applicare lgi interessi di mora», spiega Costa. Non sempre è un percorso agevole. Polidori l’ha scoperto a proprie spese: «Per un anno e mezzo ho aspettato 2500 euro da un cliente. Poi mi sono decisa procedere per vie legali, ma per le sole ingiunzione ho speso 800 euro. E’ l’avvocato è un amico».
La Stampa, 24 aprile 2010. Un imprenditore: “Da un anno aspetto 360 mila euro e mi hanno pignorato l’ufficio” Ieri mattina un ufficiale giudiziario ha bussato alla porta dell’ufficio di Rosario Arnone, da trent’anni titolare di un’azienda di costruzione stampi e stampaggio lamiera. «Le dobbiamo pignorare i mobili». Un fornitore, che vantava 3 mila euro è passato alle vie legali. «Ci inviano le ingiunzioni perché non paghiamo le forniture; ma a noi le commesse vengono pagate a rate e con quel che riceviamo dobbiamo fronteggiare le spese immediate: affitto, bollette, stipendi». In un anno ha dimezzato i dipendenti. Metà sono finiti in cassa integrazione, «pagati con il denaro messo da parte quando le cose andavano bene». Ora che è passato più di un anno, la ditta ha chiesto di ricorrere alla cassa straordinaria, ma in quattro mesi la procedura non è ancora partita. «E i miei dipendenti sono senza stipendio». Guai che si accumulano. Da un anno il signor Arnone è invischiato in una contesa quotidiana con i fornitori e committenti. «Sempre avuto ottimi rapporti, ma la crisi ha scatenato il tutti contro tutti: i committenti pagano in ritardo e chiedono lo sconto o rateizzano. E i fornitori premono». In un anno ho visto evaporare mezzo milione di euro, crediti che dovevo riscuotere da alcune imprese, tutte finite in amministrazione controllata. «La prima aveva un debito di 360 mila euro: abbiamo perso tutto» E c’è pure la beffa: «Su quel mezzo milione fatturato e mai riscosso abbiamo pagato 100 mila euro di Iva. Perché l’Iva devi verificarla subito, i soldi, invece, li devi rincorrere, pregando i committenti, minacciando cause a e azioni legali, se non fosse che gli avvocati costano e andar per Tribunali è un’odissea». Trascorrere la settimana sollecitare pagamenti e rispondere alle ingiunzioni. «Ho arretrati per 300 mila euro e commesse da incassare per 360 mila. Se tutti fossi in regola sarei a posto, senza un debito». Per frenare l’emorragia ha fatto di tutto: «A volte fatturiamo in ritardo per non possiamo pagare l’Iva, avevo comprato un’auto aziendale, l’ho venduta. Dovremmo cambiare i pc ed eseguire la manutenzione delle presse ma non possiamo. Persino il medico che visita i dipendenti non vuole più venire perché gli dobbiamo dei soldi. Di questo passo finiremo strangolati».
La Stampa, 21 aprile 2010. Sconti ai dehors più ampi e fioriti. Nella partita dell’accoglienza la «città di charme». Si gioca anche la carta dei dehors. Più ampi e più fioriti in estate, chiusi e riscaldati in inverno. Il consiglio comunale ha varato il nuovo regolamento edilizio che rende più snelle le procedure per ottenere il permesso di realizzare davanti al proprio bar un dehors. «Anche ritrovando il piacere di incontrarsi al bar per scambiare due parole si può migliorare la qualità della vita». Dice Paolo Covato nella sua duplice veste, il primo cittadino, ma anche di assessore al Commercio. «Certamente una buona notizia- aggiunge Paolo Reita presidente della Cna Commercio di Pinerolo – troppe volte il nostro settore deve fare i conti con tante norme che scoraggiano. Ebbene, in questo caso la città, attraverso questa piccola rivoluzione, renderà un buon servizio a tutti i pinerolesi», Oggi a Pinerolo ci sono 62 dehors, fra quelli provvisori e quelli annuali, le tariffe variano da zona, ma ad esempio per un bar che si affaccia sulla piazza principale accanto al municipio quasi all’angolo con corso Porporato, la tassa di suolo pubblico che si deve pagare annualmente, la Tosap, è di 32.23 euro al metro quadro. «Il regolamento era vecchio di 5 anni – spiega l’assessore all’Urbanistica, Gabriella Frassino – e quindi era ormai doveroso apportare una serie di modifiche fra queste la più importante forse è proprio quella che permette di chiudere il dehors nel periodo invernale con le vetrate, in questo modo lo si può anche riscaldare». Prima di questi cambiamenti potevano essere solo sino ad un’altezza di 80 centimetri. Continua l’assessore: «Al massimo si potevano concedere 40 metri quadri, adesso si arriva a 50 e c’è anche più libertà nella scelta dei colori dei tendaggi per le coperture». Il regolamento non lascia nulla al caso, prevede anche l’utilizzo in vasi in terracotta e in materiali sintetici, con l’indicazione di mettere delle siepi sempreverdi. Poi sono in arrivo anche sgravi fiscali: ad esempio nel centro storico, limitatamente alla Ztl, se il bar si impegna a tenere aperto alla sera per tre giorni alla settimana, non pagherà più la Tosap, per gli altri bar al di fuori del centro c’è una riduzione del 50 per cento. «Anche così si può rendere vivibile la città dopo cena» aggiunge il sindaco. Ma si può anche andare oltre i confini del proprio dehors, in caso di manifestazioni o eventi di particolare rilevanza, questo solo con le ore serali con il nullaosta dei proprietari dei negozi vicini. Accontenterà tutti il nuovo regolamento? Certamente gli automobili avranno qualche posto in meno, ogni dehors di 50 metri porta via 5 posti auto e non sarà possibile ottenere l’autorizzazione per chiuderli tutti, ad esempio nel centro storico ci sono dei vincoli. Dice Sabrina Davico, che insieme alle sorelle gestisce il bar Liberty, all’angolo di via Duomo con via Trieste: «Per noi lo spazio fuori è vitale, il nostro bar è piccolo, da anni ci battiamo per poter mettere in inverno un dehors chiuso, ma ci hanno spiegato che qui una struttura fissa non è possibile perché impedirebbe il passaggio dei mezzi di soccorso».
La Stampa, 20 aprile 2010. Non solo griffes. E la sartoria diventa marchio. La sartoria da spettacolo a Rivoli, grazie alla terza edizione della mostra «Moda e made in Italy tra arte e design. La qualità oltre la griffe».Ospitata fino al 16 maggio alla Casa del Conte Verde, in via Fratelli Piol 8. Un universo che si presenta al grande pubblico con una mostra organizzata dal Cna Torio che con le edizioni di Chieri e Susa ha già incuriosito 9 mila visitatori, ora in veste inedita per accendere i riflettori sul valore dell’attività sartoriale artigianale. Un settore colpito dalla crisi in una città, Torino, che, oggi conta 600 attività imprenditoriali superstiti. Un mondo che continua a lavorare con i metodi di una volta, in bottega, lontano dal caos dei grandi centri commerciali, tenendo alta la carica di ambasciatori del made in Italy pur lavorando per l’estero o nell’ombra per conto di grandi marchi che sfilano sulla passerella di Milano, Parigi e New York. Da qui l’idea di rilanciare il settore della moda con il marchio collettivo «Slow fashion 100% italian passion». Lanciato in occasione della mostra rivolese. Non solo un nuovo logo registrato nel pieno rispetto della nuova legge di tutela del made in Italy (quello non solo prodotto ma anche ideato e progettato in Italia), ma un progetto pilota. Una rivoluzione che parte dalla provincia di Torino per essere poi lanciata anche nel resto d’Italia, a partire da Bologna. In mostra oltre 80 espositori tra le sartorie e maglifici, produttori di bijou e accessori moda in pelle e cuoio e artisti piemontesi come Silvio Vigliaturo, Tino Aime e Gianna Tuninetti, le cui opere pittoriche sono state trasformate in abiti e accessori. Chicche sartoriali come abiti scultura e accessori personalizzabili, affiancate dalle opere degli studenti dello Ied di Torino che hanno concepito capi ispirati al Futurismo la corrente artistica che per prima ha codificato i canoni moderni di moda e pubblicità, Ingresso libero dal martedì alla domenica ore 15 -19, sabato e domenica anche 10-13.
La Stampa, 19 aprile 2010. Casa del Conte Verde con moda, arte e design. Trovate anche il tamburo che è stato realizzato in vista dei 150 anni dell’Unità d’Italia alla mostra «Moda e made in Italy tra arte e design» che ha aperto i battenti nella Casa del Conte Verde di Rivoli e che rimarrà aperta fino al 16 maggio. E’ un progetto della Cna Torino che vede in mostra abiti di sartoria prodotti di maglieria, tessuti e accessori moda in pelle e bijou, di produzione artigianale, nati per le contaminazioni creative con artisti e designer piemontesi «con il duplice obbiettivo di sorprendere il visitatore e di far riscoprire il piacere dell’indossare al di là del concetto di griffe».
La Stampa, 12 aprile 2010. E’ introvabile il filtro magico per auto vecchie. E’ vero abbiamo l’aria più sporca d’Italia. E’ vero anche qui- dopo Milano la magistratura ha aperto un’inchiesta se i veleni che sovrastano Torino hanno qualche responsabile. E’ vero le stiamo provando tutte. Però che confusione, tra i divieti e Ztl più o meno allargate. L’ultima che sta assumendo i contorni di una barzelletta e la vicenda dei filtri anti-particolato. Dovrebbero trasformare i diesel vecchi di dieci anni e più in Euro 4 ma non si trovano da nessuna parte. Due mesi fa Comune e Provincia hanno deciso di mettere al bando i vecchi Euro 2 diesel. Ottantamila veicoli: 52 mila auto e 24 mila autocarri. Vietato inquinare in città e in parte dei Comuni della cintura- alcuni però si sono sfilati - per buona parte della giornata, ameno di non munirsi del Fap. Peccato che, a più di 60 giorni dall’ordinanza dei filtri non esista traccia. Introvabili. Al 31 luglio, termine ultimo in cui gli automobilisti si devono mettere in regola, mancano meno di quattro mesi, e finora sono stati installati, meno di cento filtri in tutta la città. «L’elenco dei fornitori che ci era stato promesso non è mai arrivato», sbotta Michele Vivona dentro al sua officina dietro Corso Dante. Un gran pasticcio. L’assessore all’ambiente Roberto Tricarico ammette la difficoltà ma non ci sta a recitare la parte del cattivo: «Credevamo che, di fronte a una domanda il mercato rispondesse e i filtri spuntassero. Purtroppo finora non è stato così». Il Comune tira diritto: snocciola i dati sui supermanti di Pm dieci in città, l’incidenza del traffico sulle polveri sottili e la qualità dell’aria, in lieve miglioramento proprio grazie alla messa al bando dei veicoli più inquinanti. «Non si torna indietro», ripete Tricarico. «E l’Europa che ce lo impone. E’ l’Europa che fissa i limiti: noi li sfioriamo e non possiamo più permettercelo. La deroga al 31 luglio era un tentativo per venire incontro ai cittadini permettere loro di mettersi in regola, ma sull’ordinanza non si fa retromarcia ». La deroga è servita a poco. Fino al 31 luglio si potrebbe circolare con l’Euro 2 fuori norma a pattto di aver già ordinato il filtro. Situazione surreale visto che i filtri non ci sono e i modelli finora presentati al ministero dei trasporti non sono stati omologati. Alla Mcr Marmitte, una delle più grandi officine della città. La signora Claudia risponde sconsolata: «Come facciamo a dichiarare di aver ordinato un prodotto che non esiste?». Ha ragione: i meccanici non possono mandare avanti gli ordini e, di conseguenze rilasciare i certificati. «Dovremmo dichiarare il falso», insistono alla Mcr. «Senza contare che non tutte le vetture sono predisposte per leggere il Fap: la centralina deve “leggere” il catalizzatore; se non ce la fa bisogna sostituirla e sono almeno 3.500 euro». Difficile sciogliere il grande rebus, c’è tempo fino a luglio per montare il dispositivo; prima si può viaggiare purchè muniti di copie, poiché non esiste un’azienda produttrice, niente filtri, e niente ordini; quindi, macchine ferme ne garage. Chi ha una vecchia auto ha poche alternative: murarla in garage in attesa che la situazione si sblocchi o girare sperando di non esser fermati dai vigili, perché l’ordinanza parla chiaro; chi non è in regola prende la multa. «Aver imposto l’obbligo di circolare solo con l’ordine di acquisto del filtro ha complicato le cose, anziché semplificarle» spiegano gli artigiani della Cna. «Una deroga semplice, fino a 31 luglio, sarebbe stata più utile, soprattutto per commercianti e artigiani, che stanno patendo la crisi e di quei mezzi hanno bisogno per lavorare».
La Stampa, 12 aprile 2010. “Pagamenti più veloci o le imprese muoiono”. E’ insolitamente drastico il segretario della Cna di Torino Paolo Alberti: «Spero che la politica si renda conto che deve intervenire adesso; se aspetta ancora un po’ lo farà quando le imprese saranno decotte o fallite». Non c’è niente da fare, ma i ritardi che le aziende soprattutto piccole e medie- subiscono e stanno rischiando di dare il colpo di grazia in una frase di crisi che ha tagliato i fatturati azzerato i ricavi e fatto lievitare fino a tempi scandalosi i pagamenti. E così nella moderna sede di via Millio, di fronte alla Fondazione Sandretto, la Cna ha convocato per stasera Stefano Esposito. Deputato Pd. Michele Vietti, deputato Udc, Gilberto Pichetto Fratin, senatore Pdl. Con loro - e con una serie di tecnici vogliono discutere di come uscire da una situazione ormai giudicata insostenibile. Guardando ancora una volta, ai modelli di altri Paesi europei come Francia e Spagna dove, ad esempio, dal 2013 ci sarà l’obbligo per la Pubblica amministrazione di pagare a 30 giorni, con una fase transitoria che fissa i pagamenti entro i 55. L’occasione c’è: l’Unione Europea sta cambiando la vecchia Direttiva del 2002 e chiede agli stati membri di garantire di garantire che e amministrazioni pubbliche pagano le fatture relative a forniture e servizi entro un mese, salvo deroghe particolari. Dice Alberti: «Quella direttiva dovrà essere recepita e allora si colga l’occasione per estendere i termini di pagamento anche tra privati e per cambiare la precedente legge sulla subfornitura del 1988 che non ha funzionato». L’emergenza è particolarmente drammatica in Piemonte e soprattutto a Torino. Alberti traccia un quadro spaventoso: «Qui va tutto peggio perché c’è una cultura ormai consolidata ricavata dal vecchio modello Fiat e di un gruppo di altre grandi aziende e la crisi ha aggravato questa tendenza a scaricare sui piccoli». Racconta: «A Torino a fronte di pagamenti concordati a 60 – 90 giorni, si assiste a ritardi di incasso fino ai 180 – 250 giorni. I piccoli subiscono questa situazione, simile allo strozzinaggio nell’usura, senza intravedere vie d’uscita. Anzi alcuni casi sono costretti a praticare degli sconti sul prezzo pattuito pur di ridurre i ritardi di riscossione, in base al vecchio detto “pochi maledetti, subito”». E denuncia: «Molte medio grandi aziende utilizzano la strategia del ritardato pagamento in modo deliberato, come leva di finanza aziendale sapendo di non pagare alcun prezzo. La riduzione degli impieghi bancari, un meno 10% nel 2009, amplificata la carenza di liquidità e limita la possibilità dei piccoli di ricorrere agli affidamenti per compensare gli allungamenti degli incassi». E allora la Cna lancia un appello alla politica: «Ora o mai più».E indica una serie di proposte. Spiega Alberti: «Chiediamo che la proposta di direttiva intervenga per tutelare anche i pagamenti tra i privati e che si costituisca un tavolo bipartisan tra le forze politiche più rappresentative per elaborare una proposta di legge che superi i limiti della legislazione esistente». E c’è un altro punto: «Vista l’inapplicabilità del ricorso alla giustizia per ottenere i decreti ingiuntivi chiediamo ai deputati europei e i parlamentari piemontesi di fare approvare una norma, con deterrenti e strumenti di vigilanza che, sulla falsariga di quanto previsto dalla recente legge francese e dal progetto di legge spagnolo, attivino automatismi e sanzioni per la sua applicabilità» In sostanza chi: chi non paga nei tempi giusti si becca una penale certa.
La Stampa, 12 aprile 2010. L’appello della Presidente: “Senza liquidità impossibile comprare le materie prime”. Siamo all’intollerabile: ormai anche chi potrebbe pagare non lo fa e questo sta bloccando anche quel poco di ripresina che non c’è». Rosa Maria Polidori, Presidente di Cna Piccola Industria, racconta che ogni giorno le arrivano telefonate disperate di colleghi che non ce la fanno più e che rischiano di chiudere. Dice: «Un metalmeccanico mi ha confidato che ha avuto, dopo durissimi mesi di calo del fatturato, una buona commessa. Ma adesso non può fatturare perché non ha 1 i 12 mila euro necessari a pagare l’Iva. Eppure aspetta da tempo incredibili migliaia di euro dai clienti, Che cosa deve fare? Rinunciare? Chiudere?». E non basta: «Sono tanti gli imprenditori costretti a rinunciare a lavorare perché non hanno i soldi per acquistare le materie prime. Sembra incredibile ma è così e sono gli stessi che hanno crediti magari anche piccoli, però da dieci dodici clienti». Che la situazione di chi è un fornitore o peggiore un subfornitore sia drammatica è noto. Polidori non ha dubbi: «La legge tanto faticosamente ottenuta dal 1998 è servita a niente. Dall’oggi al domani le grandi aziende hanno convocato i subfornitori e hanno detto loro: adesso vi comprate la materia prima così diventate fornitori e la legge non si applica. Semplice no?». Naturalmente la risposta per via giudiziaria non risolve. Polidori ricorda che «se ti rivolgi alla magistratura per avere i tuoi soldi quel cliente lo hai perso per sempre e con l’aria che tira nessuno rischia». E poi ci sono i tempi e i costi: «Faccio il mio caso: avevo un piccolo credito di 2500 euro, ho aspettato mesi poi ho fatto l’ingiunzione. Ha seguito la pratica un’amica avvocato che mi ha chiesto di parcella 800 euro. Finalmente, dopo mesi, arriva l’ingiunzione di pagamento e dieci giorni dopo il cliente fallisce. Perdo tutto ovviamente e qualche settimana più tardi mi arriva da pagare la tassa di registro, 357 euro. E così come questo ce ne sono decine». Non basta ancora: Polidori ha saputo di un collega che ha dovuto «rateizzare il pagamento in 18 mesi». Per non dire poi della pubblica amministrazione «dove ci sono addirittura casi di fatture non pagate dal 2008». E allora si invoca una legge che penalizzi che non paga: «Solo così si può risolvere questa drammatica situazione».
La Stampa, 7 aprile 2010. “Catania all’attacco basta Venaria mordi e fuggi”. Giuseppe Catania, appena eletto sindaco di Venaria Reale, feudo che ha già amministrato dal 1995 al 2005 si lascia trasportare dalla folla per piazza della Repubblica, davanti all’ingresso della Reggia. Sorseggi un caffè nella centralissima via Mensa. Dal suo metro e novanta scruta attento il flusso dei turisti, chi va e chi viene. Nell’ultimo week end 25 mila anime: un record. Sarà anche per il successo della rassegna. «Gesù il corpo, il volto nell’arte» che raggruppa 190 capolavori. «Guardate tutta la gente che esce dalla Reggia – indica Catania quanti di questi vengono verso il centro di Venaria? Pochissimi, in confronto alla massa. Non parliamo poi dei visitatori che i bus lasciano nei parcheggio Juvarra , dall’altra parte della città. Quelli manco sanno che esistono via Mensa, viale Buridani o piazza dell’Annunziata». Scuote la testa: «Sono rammaricato perché sembra che la Reggia sia un mondo a parte, lontano» continua Catania. Si fa serio: «E necessario rivedere l’organizzazione degli eventi, bisogno a coinvolgere la città che, altrimenti resterà sempre al di fuori, tranne i bar e i ristoranti che sono spuntati vicino al complesso Sabaudo. Studiamo un modo insieme per catturare più persone e si potrà solo migliorare». Il lamento di Catania non è campato in aria. Perché allo splendore della Reggia, a qualche decina di metri, fanno da contrasto facciate fatiscenti e multicolore, portoni sbrecciati e tetti pericolanti. «Da quando è stata aperta la Reggia ci battiamo perché il centro storico sia più coinvolto – ammette Alberto Alberetto, vice presidente provinciale della Confesercenti e proprio di una tabaccheria in via Mensa. Si dovrebbe trasformare il turismo culturale in commerciale, magari organizzando una volta al mese, un mercato su via Mensa, piazza Don Alberione, e viale Buridani. Oppure si potrebbero far scendere le comitive in piazza Vittorio Veneto, all’inizio di via Mensa in modo da invitarli a fare due passi». Alberetto punta poi il dito contro le 24 licenze per ristorazione rilasciate nel centro negli ultimi anni: «Gli unici che fanno affari dice Alberetto che vorrebbe traslocare le biglietterie dalla Reggia – ma gli altri?». «Il vero problema è il coordinamento tra dirigenza della Reggia, l’amministrazione della Reale e i negozianti sottolinea Alessio Stefanoni, responsabile della comunicazione di Cna Commercio. E necessario studiare dei flussi diversi ce l’hanno segnalato molti commercianti». Apriamo un tavolo di confronto in una città dove il commercio fisso, che no sia legato alla ristorazione, è in crisi». Suggerisce Stefanoni. Giorgio Vincenti, il presidente dell’associazione via Maestra nata con l’obbiettivo di promuovere la cultura in città sposa l’idea del suo sindaco: «Perché Venaria non deve chiudersi in se stessa –dice. Sarebbe interessante poter spostare all’esterno l’animazione che si fa dentro i Giardini o nel Palazzo in modo da spingere i visitatori per le vie e le piazze del borgo». Il sogno di Vincenti è quello di una linea ferroviaria Torino –Ceres che si trasformi in una metropolitana leggera. «Così scaricherebbe la gente in viale Roma prima di arrivare ai cancelli della dimora sabauda». Indicazioni e suggerimenti che lo stesso sindaco formalizzerà in una lettera ad Alberto Vanelli, il direttore de La Venaria Reale che si dice «pronto a raccogliere la sfida di Giuseppe Catania e i suggerimenti alle associazioni».
La Stampa, 31 marzo 2010. Gli industriali: “Importante segno di rinnovamento”. Il giorno successivo all’elezione di Roberto Cota il mondo economico si fa avanti per prenotarsi nell’agenda della priorità. C’è chi saluta la sua elezione con più entusiasmo, come il presidente dell’Unione Industriale Carbonato, la segreteria della Cisl Ventura e la presidente dell’Ascom Coppa e chi è più cauto come il segretario Cgil Scudiere o della Cna Alberti. Ma tutti si dicono vogliosi di collaborare per affrontare il futuro del Piemonte massacrato dalla crisi. Per Gianfranco Carbonato «il successo di Cota è un importante segnale di rinnovamento alla guida della Regione». E aggiunge: «Un ricambio che suscita, in ambiente industriale, attese e speranze, anche di poter registrare – dopo la lunga parentesi elettorale - una sollecita ripresa dell’attività politica ed amministrativa con iniziative e progetti di ampio respiro; fanno ben sperare le prime dichiarazioni in questo senso del neo presidente». Ricorda le priorità al Cota candidato da tutte le associazioni imprenditoriali e conclude: «Siamo certi di poter condividere con nuovi amministratori una sostanziale convergenza di valutazioni in materia economica, in particolare sulle priorità per consolidare il nostro sistema produttivo e sulle azioni necessarie per una rapida e definitiva fuoriuscita dalla crisi». Giovanna Ventura, segretaria della Cisl, al mattino ha inviato un telegramma a Cota nel quale assicura che «nei prossimi anni il Piemonte dovrà affrontare grandi trasformazioni e sarà importante lavorare insieme alla nuova Giunta per cogliere tutte le opportunità di innovazione, traghettando al Regione fuori dalla crisi occupazionale e produttiva e verso un nuovo sviluppo». E riconosce al partito di Bossi «il merito di essersi radicato in questi anni tra la gente e sul territorio, tranne a Torino che resta saldamente in mano al centrosinistra». Un telegramma a Cota lo ha scritto anche Vincenzo Scudiere il segretario della Cgil che dal suo congresso aveva salutato la Bresso come una persona che ha gli stessi valori del suo sindacato. Si congratula con Cota , ma non rinuncia a riflettere sull’esito del voto. Dice: «A poco serviranno le scontate analisi sul voto senza una svolta, che ormai è decisiva per le sorti del centrosinistra». Maria Luisa Coppa dell’Ascom parla di «ventata di novità». E ritiene che nella «filosofia di Cota ci sia sensibilità ai temi della piccola e media impresa». Si riferisce, in particolare, al contrasto all’espansione della grande distribuzione, alle aperture domenicali, agli orari. Dice: «Chiediamo regole certe e legalità nel campo dell’abusivismo e della contraffazione». Sollecita Cota a «pensare in piccolo come chiede anche l’Unione europea». Il segretario della Cna, Paolo Alberti. E cioè a assumere in ogni provvedimento il punto di vista delle imprese più piccole. Spiega: «In campagna elettorale c’è stato un impegno in questo senso; adesso ci aspettiamo azioni concrete». E Fabrizio Cellino, presidente dell’Api, commenta: «Cota ha sottoscritto il nostro Manifesto per una nuova politica economica regionale. Ci aspettiamo che delle dichiarazioni si passi subito all’operatività dando concorso a quel modello di progettazione partecipata della politica economica che le Pmi chiedono».
La Stampa, 25 marzo 2010. “Se siamo una risorsa il governo ci sostenga”. Non va; le imprese artigiane torinesi sono ancora pessimiste anche per i primi mesi del 2010. Rimangono negative le aspettative su fatturato e investimenti; stabile invece l’occupazione. E quanto sostiene l’indagine congiunturale su artigianato, commercio e piccola industria della Cna. Il 2009 si è chiuso peggio delle aspettative e per i primi quattro mesi dell’anno le aziende si attendono un peggioramento per il fatturato (29.2% rispetto al 27.1% dell’ultimo periodo 2009) il 48.8% prevede che rimanga così com’è e il 22 intravede un aumento (contro il 19% del quadrimestre precedente). Solo l’occupazione mostra qualche segno positivo: calano leggermente le assunzioni - previste dal 7% delle aziende contro il 7,6% di fine 2009 - ma il ricorso alla cassa integrazione rimane stabile, a quota 6.3%. Ancora fermi gli investimenti che sono previsti solo per sostituzione: appena il 6.6% delle imprese ne prevede l’avvio contro l’8.4% dell’ultimo periodo dello scorso anno. E critico anche il rapporto con le banche: il 22.8% delle imprese denuncia un aumento del costo del denaro, anche il 97% delle aziende dichiara di non aver subito riduzioni o revoche dei fidi. Ma al di là della situazione congiunturale, i dirigenti della Cna - Paolo Alberti, Daniele Vaccarino e Michele Sabatino - pensano al futuro provocatoriamente interrogano la politica e il governo: «Siamo una risorsa o una zavorra?». Apprezzano quanto fatto dalla Regione su ammortizzatori sociali e credito, meno i bandi sull’innovazione chiedono al governo di rivedere gli studi di settore dal momento che nella crisi le tasse sono aumentate, agevolare l’accesso al credito e impegnarsi per una moratoria di Basilea 2.
La Stampa, 17 marzo 2010. E’ l’ora dei controlli ai finiti agriturismi. La Cna commercio di Torino scrive ai sindaci della Provincia per sollecitarli a far osservare le norme che regolano agli agriturismi. E fra queste, ricordano: «Rientra nelle attività degli agriturismi somministrare pasti e bevande, costituti prevalentemente da prodotti propri, per un massimo di sessanta persone. Limite che può essere superato per le scolaresche in visita». Una prescrizione che è citata anche nelle autorizzazioni rilasciate dai comuni al momento della’avvio dell’attività. Ma se oggi arriva questa lettera è chiaro che qualcosa non sta funzionando. E ci sono troppi falsi contadini. Soltanto nel territorio Pinerolese e nelle valli valdesi sono 78 gli agriturismi, 18 in val Susa, 50 sulle colline del Po. «Siamo consapevoli del fatto che esistono realtà che pur presentandosi come agriturismi non hanno i requisiti» Spiega Elena Gariglio, presidente dell’associazione Terra Nostra che raccoglie sotto uno stesso marchio le aziende affiliate alla Coldiretti. Insiste: «C’è molta confusione, oggi sono i comuni che rilasciano le autorizzazioni, si dovrebbe invece demandare tutto alla Provincia. Fra i requisiti che vengono richiesti e che l’azienda sia a conduzione famigliare, che il 51% di ciò che si porta in tavola arrivi da produzione propria o acquistata all’interno di un consorzio formato dagli agriturismi». Dario Martina è stato uno che ha creduto nei prodotti a Km 0 prima che diventasse uno slogan. Vent’anni fa a Bibiana, ha creato il Frutto Permesso. «Qui - racconta - arrivano le scuole da tutta la provincia, abbiamo laboratori di pianificazione, trattamento della frutta, insegniamo a fare i formaggi. Ma soprattutto non abbiamo mai cambiato la scritta posta al fondo dei nostri menu: «Quello che vi abbiamo portato in tavola oggi lo potrete mangiare tutti i giorni a casa. I prodotti della nostra azienda sono sempre presenti nello spaccio». Aggiunge Riccardo Chiabrando presidente provinciale Coldiretti: «L’agriturismo è nato con l’obiettivo di chi vive con i proventi delle aziende agricole. I primi a diffidare devono essere i clienti quando nel menu, come già accaduto, si propongono i calamari fritti. Allora è chiaro qui siamo lontani dai principi ispiratori».
La Stampa, 4 marzo 2010. Un cioccolatino per chi arriva. Per chi arriva. Centoventi chili di cioccolatini per promuovere la cinque giorni del cioccolato in via Lagrange (da oggi all’8 marzo) e le città nel suo complesso e le città nel suo complesso. Per i 18 mila passeggeri nei prossimi cinque giorni sbarcheranno a Caselle dall’estero, il primo biglietto da visita di Torino si scioglierà nel palato. L’iniziativa ruota sullo stand strategicamente montato nell’area doganale dell’aeroporto per intercettare i volti giornalieri: da quello delle 8,05 a quello delle 22,55. Qui i nuovi arrivati riceveranno un cioccolatino «made in Piemonte» e un opuscolo sulla golosa rassegna organizzata da Ascom. Confesercenti, Cna e Atl nella centralissima via Lagrange: cioccolato per tutti i gusti, veduto da cinquanta produttori piemontesi. Uno spiegamento di mezzi che non ha nulla da invidiare a «Cioccolatò», per il momento consegnato alle pagine della storia cittadina. Cambia il marchio, resta la sostanza. Come spiega la presidente di Ascom Torino Luisa Coppa , l’iniziativa patrocinata da Regione, Comune, e Camera di commercio-sarà accompagnata da parecchi intrattenimenti: dalla «scuola di circo» per i bambini, allestita davanti alla Rinascente, alle 30 sculture di cioccolato esposte . Altre saranno prodotte in diretta. Anche i negozi del centro, ricorda Emanuele Lajolo per Ascom, sono stai mobilitati: la promozione passa attraverso un «Kit» distribuito per arredare le vetrine. Le premesse per il successo ci sono tutte, cominciando dal cioccolatino aeroportuale.
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