CNA - Associazione della Città Metropolitana di Torino - Gli obiettivi di CNA Piccola Industria
Gli obiettivi di CNA Piccola Industria

Intervento della Presidente di CNA Piccola Industria Torino Rosa Maria Polidori

La costituzione di questo specifico raggruppamento di interessi orizzontale all'interno di CNA Torino nasce da un interesse oggettivo delle piccole imprese e dall'evoluzione delle aziende artigiane che in questi ultimi anni hanno scelto di essere rappresentate da CNA Torino.
Piccola industria, all'interno delle 13.500 imprese aderenti all’Associazione, per un totale di quasi 15 mila imprenditori associati, annovera circa 1200 aziende che, avendo una natura giuridica di Sas e Srl non artigiane più un consistente numero di srl artigiane e in genere una taglia dimensionale da piccola impresa (10-50 addetti), hanno esigenze diverse dall'artigianato, in particolare, sui contratti di lavoro, sulle politiche industriali e sul sistema creditizio e su alcuni servizi di consulenza specialistica.
E' per questi motivi quindi che CNA Torino, in un disegno nazionale che vede la CNA caratterizzarsi sempre di più come rappresentante dei piccoli in generale ma nello specifico anche delle piccole industrie, intende marcare in modo più incisivo l’azione di sostegno e di rappresentanza delle imprese industriali, aderenti da anni all'associazione.
La crescita delle piccole industrie in CNA Torino è anche figlia del processo di trasformazione del tessuto economico e sociale del nostro territorio che vede sempre di più, intorno ad una Fiat ancora più globalizzata dopo l’operazione Chrysler con il rischio di un suo ridimensionamento a Torino, la presenza di piccole imprese dell'artigianato, del commercio, dell’industria, con pochissime medie, intente a reggere la sfida della competizione globale.
Infatti, nella nostra area le imprese fino a 20 addetti rappresentano il 98% del totale, un dato  che sale al 99% se si considera la classe da 0 a 50 addetti; inoltre l'altro elemento rilevante emerso negli ultimi anni è che più del 55% degli occupati nella nostra provincia opera in aziende con meno di 20 addetti, percentuale che sale al 65% se si considerano le aziende fino a 50 addetti.
Ed è sulla base di questi numeri che chiediamo al Sindacato dei lavoratori un rilancio della bilateralità nell'artigianato, nel commercio e nell'industria, perché c'è un interesse reciproco dei dipendenti e degli imprenditori ad uscire dalla crisi, a fare squadra e anche a mobilitarsi per una prospettiva comune e per salvare le aziende.
Così come alle Istituzioni locali e nazionali chiediamo misure di politica industriale, tarate sulle dimensioni di queste tipologie d'imprese, oggi assenti nonostante ci sia un grande bisogno di risorse e di progetti che contrastino gli effetti negativi della recessione.
La crisi non si placa e continua a picchiare duro sulle piccole imprese della nostra area con una specializzazione produttiva  indirizzata in modo prevalente all'export; qui i timidi segnali di ripresa certificati dall'Istat nel 3° trimestre non hanno riscontri come testimoniano i moltissimi casi di chiusure e di ricorso delle aziende alla varie forme di cassa integrazione. A questo proposito per stare più vicini alle aziende in difficoltà istituiremo subito nei prossimi giorni uno “sportello anticrisi” telefonico, con uno specifico numero verde, per rispondere più sollecitamente alle richieste emergenziali delle aziende ed offrire i nostri servizi e le nostre consulenze.
Ci sarà ancora bisogno per molti mesi di misure straordinarie locali e nazionali per intervenire sugli ammortizzatori sociali, sul fisco e sulla dilazione dei rimborsi delle esposizioni bancarie.
La riduzione dell'acconto Irpef, dal 99% al 79%, per i titolari di imprese individuali e per le società di persone, che dovrà essere comunque versata in sede di 2010, è un primo segnale di inversione di tendenza ma non ancora sufficiente perché esclude le società di capitali.
Nella Finanziaria non s’interviene a ridurre in modo consistente L'Irap. Nel caso di futura riduzione o abolizione, e tutto è ancora demandato alle eventuali modifiche in seconda lettura della Finanziaria, è necessario vigilare che non venga sostituita con altre forme di prelievo fiscale come sta succedendo nella vicina Francia. Inoltre, non sono previste detassazioni delle tredicesime per rilanciare la domanda interna.
Nella nostra area si calcola siano circa 3000 le aziende in pericolo ma a fronte di ciò i provvedimenti del Governo e delle Istituzioni locali non sono all'altezza della situazione. I piccoli continuano ad essere considerati un'anomalia, una debolezza del nostro Paese  e non una risorsa; non si considera ad esempio che il danno sociale della chiusura di cento piccole imprese è superiore a quello della crisi di una grande fabbrica.
In tutto il nord cresce il malessere e la protesta delle piccole imprese nei confronti del Governo, degli Enti locali e delle Banche perché non s'intravvedono proposte concrete ed adeguate per fare fronte alla gravità del momento come ad esempio un allentamento della pressione fiscale, l'interruzione dell'anticipo iva su fatture non incassate in previsione dell'obbligo di applicare l'Iva per cassa fino ai fatturati di 10 milioni di euro, il rispetto vincolante dei termini di pagamento entro 60 giorni da parte della pubblica amministrazione e della media e grande impresa, la sospensione degli studi di settore per le aziende del settore manifatturiero più colpite dalla crisi.
Inoltre, a causa del necessario maggiore ricorso al capitale di terzi, tipico di un periodo di crisi, urge eliminare o almeno sospendere per alcuni anni la norma che rende non deducibile nell'immediato ai fini Ires gli interessi passivi che superano il 30% del margine operativo lordo.
Per contro assistiamo ad una indisponibilità del sistema bancario nel venire incontro alle esigenze di liquidità delle imprese e al contenimento del costo del denaro. Chiediamo quindi una sospensione temporale dei parametri di Basilea 2 per immettere più liquidità nel sistema delle imprese. Inoltre, proponiamo di superare gli ostacoli, le limitazioni, i vincoli che hanno concorso ad attenuare l'impatto anticiclico dei provvedimenti regionali per la ripatrimonializzazione dei confidi e la riassicurazione dei fondi di garanzia.
Anche le Istituzioni locali sono distanti da questo mondo come si evince dalla lentezza e dalle caratteristiche dei provvedimenti anticrisi regionali indirizzati, ad esclusione  di quelli varati per gli ammortizzatori sociali, prevalentemente verso le medie e grandi imprese e dalla esclusiva attenzione degli enti locali verso il riassetto delle aziende pubbliche territoriali senza prodigarsi in sforzi innovativi per studiare integrazioni con reti di piccole imprese.
CNA Piccola industria nasce anche per questo, per dare più peso, più forza, più rappresentanza al sistema delle piccole imprese del nostro territorio che hanno difficoltà ad essere riconosciute e sostenute nei loro sforzi imprenditoriali con apposite politiche industriali e sociali da parte dei governi locali. In particolare, ci porremo l'obiettivo di attuare con specifiche proposte progettuali e azioni di stimolo a livello di territorio quanto previsto dallo Small Business Act dell’Unione Europea che chiede a tutti gli attori pubblici di adottare il principio del “pensare ed agire in piccolo” per dare risposte concrete ai problemi delle Pmi.
Oltre alla creazione di un ambiente più favorevole per lo sviluppo delle imprese l'attuazione di questi principi dovrebbe facilitare in primo luogo la partecipazione dei
piccoli agli appalti pubblici con l'abolizione del massimo ribasso, prevedendo, per certe soglie finanziarie, commesse su cui adottare la trattativa privata.
L'altro obiettivo ambizioso che potrebbe trovare nuovo impulso da una concertazione con gli enti locali è la costruzione di piccole filiere produttive che si organizzino come reti d'imprese per entrare sui mercati con un loro prodotto finito. Fare rete non solo per resistere ma per crescere in attesa che il Governo dia sostanza al contratto di rete (art.1 legge 99/2009), fortemente sostenuto da CNA nazionale ma ancora a secco dei decreti attuativi.
Oggi la tradizione manifatturiera della nostra Provincia, incentrata sulla componentistica dell'auto e sulla meccatronica, con una spiccata vocazione all'export, la cui domanda si è fortemente contratta causa la crisi in corso, rischia di essere un elemento di svantaggio  rispetto ad altre aree del Paese.
Per una ripartenza è necessaria una messa a fuoco su nuovi mercati e una riconversione verso prodotti e componenti collegati alla green economy (energie rinnovabili, auto pulita, rifiuti, disinquinamento, salute e sicurezza) che possono battere la concorrenza cinese per la loro sostenibilità ambientale come è successo in California, dove i committenti hanno scelto un'azienda piemontese che produce rubinetti senza piombo.
Per compiere questa svolta le piccole imprese hanno bisogno di una politica economica ed industriale più coraggiosa, sia a livello nazionale che locale, che li accompagni in questo sforzo di riposizionamento, di innovazione e di messa in rete delle imprese dei nostri territori che reggono la competizione nell'economia globale solo se c'è coesione sociale e capitale relazionale tra imprese, amministrazioni locali e banche.

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